Politica

“WiFi4EU”: un’occasione sprecata

Poche ore fa è stato reso noto l’elenco dei Comuni che beneficeranno dei fondi europei previsti dal bando “WiFi4EU”. Diverse città irpine hanno, con lungimiranza e attenzione, presentato richiesta.

In particolare, parliamo di Calabritto, Castelfranci, Conza della Campania, Grottolella, Guardia Lombardi, Montella, Quindici, Salza Irpina, Sturno, Torella dei Lombardi, Villamaina, Volturara Irpina e Zungoli.

Avevamo, a tempo debito, proposto al nostro Comune di credere in questo progetto e aderire al bando. Purtroppo, così non è stato.

Un vero peccato, in quanto Atripalda avrebbe avuto a disposizione 15.000 Euro da investire nell’installazione di hotspot Wi-Fi gratuiti negli spazi pubblici.

Soprattutto nei mesi di lockdown abbiamo potuto comprendere quanto sia importante avere una connessione ad internet stabile, per poter lavorare da casa, proseguire i percorsi di studio, ma anche intrattenere dei rapporti a distanza, nell’impossibilità di incontrarsi dal vivo.

Un’occasione sprecata. Lo constatiamo con rammarico. La speranza è che in futuro si possano cogliere queste opportunità di sviluppo per la nostra comunità.

Pensiamo al bando nazionale per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio. Il Comune di Atripalda avrebbe diritto a 90.000 Euro.

Noi attendiamo, come sempre, con la massima fiducia.

#FreePatrick, possiamo fare la nostra parte

Patrick George Zaki ha 27 anni, è uno studente dell’Università di Bologna e si trova detenuto in Egitto dal 7 febbraio scorso. Secondo le parole dei suoi avvocati, gli agenti lo hanno tenuto bendato ed ammanettato per 17 ore in aeroporto, dove lo hanno interrogato.

I pubblici ministeri di Mansoura hanno ordinato la detenzione preventiva di Zaki, in attesa delle indagini. Tra le accuse mosse troviamo “diffusione di notizie false”, “incitamento alla protesta” e “istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”.

Il 5 marzo, Patrick George Zaki è stato trasferito nella prigione di Tora, al Cairo. Nello stesso giorno, la Commissione Diritti Umani del Senato ha ascoltato l’ambasciatore italiano al Cairo che ha garantito il massimo impegno sul caso.

Dopo la barbara uccisione di Giulio Regeni, ancora avvolta, per molti versi, nel mistero, siamo dinanzi ad un nuovo caso molto simile. L’arresto di Zaki è privo di qualunque fondamento. Oltre tutto, si tratta di un fermo preventivo, che ha visto numerose proroghe e nessuna decisione definitiva.

A rendere la situazione ancora più complicata è l’epidemia da Covid-19, che ha, di fatto, contribuito ad allungare una detenzione ingiusta. Ciò ci impone di far sentire la nostra voce, con ogni mezzo possibile.

E’ per questo che abbiamo deciso, come IDEA Atripalda, di aderire all’iniziativa “100 Città con Patrick”, promossa dalla organizzazione no-profit “GoFair”.

Abbiamo, infatti, protocollato presso il Comune di Atripalda, tramite procedura elettronica, la richiesta di discutere una mozione per conferire la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki.

L’iniziativa ha l’obiettivo di far sentire una potentissima voce al Governo centrale, in modo da spingerlo a concedere la cittadinanza italiana a Zaki. Così si avrà la possibilità di salvare la vita ad un innocente.

Molti Comuni stanno rispondendo all’appello di “GoFair”. Anche Atripalda può fare la propria parte, con un piccolo gesto, ma molto significativo.

Una Prospettiva Diversa. Dossier di una pandemia.

riflessioni introduttive

“Durante la guerra c’era una voglia di ballare che faceva luce”. E’ questa la frase di Francesco Guccini diventata celebre durante la Fase 1, espressione intrisa di speranza a cui ci siamo voluti aggrappare sin dal primo giorno, consapevoli che quello che stavamo vivendo non era una semplice fase, ma un vero e proprio spartiacque. Come IDEA Atripalda abbiamo da subito voluto collaborare fattivamente con proposte, come quella dell’8 Marzo, con la quale per primi abbiamo chiesto l’attivazione del Centro Operativo Comunale (COC) ma dando, allo stesso tempo, la nostra piena disponibilità nel collaborare attivamente in fase organizzativa e realizzativa, dando così vita alla rete di volontari conosciuta come ATRIPALDA SOLIDALE. 

Tanti i pensieri e le perplessità raccolte durante il lockdown, tante le cose che avremmo voluto modificare e migliorare. Questo dossier non ha nessuna presunzione, ma ha solo l‘intento di mettere insieme tutti quei tasselli che non ci hanno convinto e che, dalla nostra prospettiva, debbono essere cambiati. Difficoltà che magari già erano presenti, ma che con il Covid-19 sono emerse in maniera evidente. Il nostro obiettivo è di analizzare un sistema che è andato sotto sforzo e quantomeno dire la nostra su questi tortuosi mesi.

welfare 

Durante l’emergenza il nostro paese ha visto varare, a tutti suoi livelli, nuove forme di assistenza, mostrando quanto, nella maggior parte dei casi, non fossimo abituati ad aiutare chi fosse in uno stato di fragilità. Questo aspetto negativo ci aiuta a rivolgere uno sguardo al futuro. Infatti crediamo che sia necessario immaginare diversamente il “welfare”. Il Covid-19 ci ha evidenziato quanto importanti siano delle scelte politiche rivolte ad un equità sociale. In questo campo va fatto un investimento economico e soprattutto umano, senza tralasciare nessuna della categorie indicate dalla legge 328/2000, e, per la Campania, dalla legge 11/2017.

Sicuramente dalla crisi emerge che la nostra cittadina è per lo più popolata da over 60 e per questo va pensato un serio piano di assistenza agli anziani, fornendo dei servizi facilmente fruibili e reperibili. Non va dimenticato, però, che, nella maggior parte dei casi, gli anziani non utilizzano i social come mezzo di informazione; è dunque necessario individuare nuovi strumenti che permettano di raggiungere tutti. Inoltre, con il lockdown anche i minori hanno vissuto momenti di difficoltà, venendo spesso messi da parte. 

Primo fra tutti ci preoccupa la mancanza della scuola negli ultimi mesi, sia per la socialità che per una questione culturale. Bisogna intervenire per vincere la povertà educativa. Ad ogni modo, su questa e su altre categorie del welfare si possono intercettare i bisogni della cittadina attraverso il metodo europeo della progettazione partecipata e del dialogo strutturato, ovvero insentificando la presenza degli assistenti sociali e favorendo la collaborazione con il piano di zona.

Per essere pronti in tempi straordinari bisogna organizzarsi nei tempi ordinari, per non escludere nessuno o, come tante volte abbiamo affermato durante la fase 1, “non lasciare nessuno indietro”.

protezione civile 

L’Italia si è ritrovata a dover fronteggiare un disastro sanitario ed economico al quale non era preparata; le stesse difficoltà sono state riscontrate in ambito locale, seppur con un carico di responsabilità minore, ma non meno importante.

Ci rendiamo conto che fosse alquanto difficile prevedere una tale situazione, tuttavia farsi trovare preparati da un punto di vista logistico appariva comunque necessario. Enormi difficoltà emergono proprio dalla scarsa organizzazione della macchina amministrativa, ma soprattutto da una scarsa conoscenza del territorio, delle sue problematiche e soprattutto dei suoi cittadini.

Si richiedeva una certa preparazione (non in senso preventivo, ma formativo) accompagnata da pragmatismo, che purtroppo, se dobbiamo essere obiettivi, non abbiamo riscontrato. Nota dolente al riguardo risulta essere soprattutto la presenza di un Piano di Emergenza Comunale datato, e del quale non è mai stata fatta una vera simulazione sul campo (stando agli atti comunali). Solleviamo inoltre l’assoluta urgenza di inserire, nello stesso, un piano relativo alle epidemie, del quale quello attuale risulta carente. 

Queste mancanze, come ben si poteva intuire, hanno determinato una serie di difficoltà nello sviluppo delle attività rimesse al Gruppo di Protezione Civile. Difficoltà che si accompagnano ad ulteriori criticità, come l’assenza di mezzi forniti al gruppo o una sede inadeguata per lo svolgimento delle attività necessarie, come la conservazione e la gestione dei prodotti alimentari. 

Ci rendiamo conto che la situazione era imprevedibile e di difficile gestione, tuttavia dalla delegata alla Protezione Civile, in quanto figura istituzionale a livello comunale, ci aspettavamo una precisione maggiore. La puntualità delle comunicazioni e la chiarezza delle stesse, specie in queste emergenze, risulta assolutamente necessaria.

E’ anche doveroso sottolineare come le varie amministrazioni comunali che si sono seguite nel corso degli anni non abbiano messo a disposizione dei volontari corsi di formazione. Questi risultano strumenti utili, anzi necessari, a trasformare la volontà di uomini e donne in azioni puntuali ed avvedute, in modo da non lasciare nulla al caso ed essere pronti a soddisfare con efficienza ogni esigenza manifestata. Si può ben intuire come rimettersi ad un unico corso formativo svolto, da quanto ci risulta, al momento della costituzione del gruppo stesso (2008), non possa bastare.

Invitiamo dunque a fornire al più presto ai volontari un corso di aggiornamento, che includa anche una preparazione sulla gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. In questo modo sarà più semplice intercettare nuove forze per consolidare il gruppo, anche nei più giovani.

Gestione alimentare

La riflessione si presenta particolarmente delicata, sia ponendo l’attenzione sull’attuale crisi economica, che ha visto nascere nuove persone in stato di bisogno, sia in relazione alla gestione dei pacchi solidali, specie a causa della scarsa preparazione e cooperazione.

Molti sono gli interrogativi che ci siamo posti, altrettante sono le perplessità che abbiamo avanzato in ordine al criterio di erogazione del pacco e di individuazione del soggetto in difficoltà. Purtroppo, ad oggi possiamo considerare questa come la più grave manifestazione di inefficienza nella gestione dell’emergenza; di conseguenza, non si è riusciti a ricoprire in maniera capillare ogni cittadino in difficoltà, soprattutto considerando la complessità nell’individuazione e divulgazione alla comunità del criterio adottato per l’attribuzione del pacco alimentare.

Ci risulta particolarmente sconcertante come ancora oggi ai cittadini non sia stato spiegato in maniera pubblica e trasparente il criterio di attribuzione del pacco solidale. Tra l’altro, pare che non si sia riusciti ad elaborare un elenco digitalizzato dei beneficiari, in modo tale da poter anche facilitare l’automatica attribuzione di un secondo o terzo pacco allo scadere dei tempi stabiliti. 

Inoltre potremmo parlare dell’inadeguatezza degli spazi, dell’ostinazione a reperire aiuti alimentari dalle catene di supermercati, anche quando ciò non appariva necessario, alla luce della quantità importante di cibo presente nei magazzini, e della poca flessibilità nei tempi di concessione dell’aiuto alimentare.

Ci siamo ripromessi di non mettere in luce solo gli aspetti negativi, ma di proporre contestualmente soluzioni, oltre quelle già avanzate durante il periodo di lockdown. È semplice intuire come avanzare nuove proposte ora parrebbe poco utile, considerando ormai che la parte critica dell’emergenza si può dire superata; piuttosto, ci auguriamo che i rifornimenti alimentari ottenuti con aiuti di vario tipo possano essere utilizzati in maniera coscienziosa e senza eccessiva rigidità.

comunicazione

L’aspetto comunicativo, soprattutto nel 2020 e con il dilagare del “fenomeno social network”, ha assunto vitale importanza. Tenere informata la cittadinanza è fondamentale. In questo modo si favorisce l’essere comunità, anche a distanza. 

Si può affermare, senza troppi indugi, che ad Atripalda, sotto questo aspetto, qualcosa non ha funzionato. Probabilmente, la gestione dell’emergenza Covid-19 ha fatto emergere una delle più grandi lacune di questa Amministrazione: una quasi totale assenza dal territorio. Non c’è vicinanza con il cittadino. Ma andiamo con ordine.

Iniziamo dalle rare “conferenze stampa” che il nostro Primo Cittadino ha tenuto per aggiornarci sullo stato dell’emergenza. I primi appuntamenti erano contraddistinti da una semplicissima lettura dei provvedimenti regionali e nazionali, corredata da un rapidissimo commento sulla situazione atripaldese. Passiamo al “punto stampa” dell’intero COC. Qui il nostro Sindaco ha ben pensato di attaccare opposizione e chiunque avesse sollevato polemiche. Attacco puramente politico; azione poco corretta, quella di sfruttare un organo emergenziale per togliersi sassolini dalle scarpe e attaccare i cittadini che rappresenta. Null’altro è stato annunciato, eccezion fatta per i ritardi nelle aperture del cimitero comunale, dovuto ad una manutenzione che solo Atripalda non aveva provveduto a completare nei tempi previsti, e di altri luoghi pubblici. 

Altra questione di comunicazione riguarda la distribuzione delle mascherine fornite ai più piccoli, in età dai 4 ai 16 anni. E’ bene, ma soprattutto corretto, precisare che quella fornitura di dispositivi proviene interamente dalla Regione Campania. Il nostro Centro Operativo ha pensato di metterci la firma, con la predisposizione di un vero e proprio kit (prospetto informativo, bollino e busta) con chiaro intento di rimandare alla Protezione Civile comunale. Qualche cittadino poco attento alle informazioni di social e telegiornali ha potuto pensare che l’Amministrazione comunale avesse compiuto un gran gesto di solidarietà e di vicinanza alla propria comunità. Nulla di più falso e fuorviante. Questa non è comunicazione, è pubblicità.

In conclusione, una proposta: sarebbe utile che il nostro Comune si dotasse di canali ufficiali, anche sui social, da sfruttare per dare comunicazioni, più o meno importanti, a tutti i cittadini. Potrebbe essere nominato un responsabile della comunicazione, o addetto stampa, che dir si voglia. Non sembra essere presente nell’organigramma amministrativo, e potrebbe essere un ruolo assumibile a titolo gratuito, unicamente per spirito di servizio.

conclusioni

L’epidemia per sé non ha la capacità di modificare la qualità della Democrazia.

Sia in tempi di eccezionalità ed imprevedibilità, che in tempi di ordinaria amministrazione, l’unica possibilità di giungere ad una soluzione intelligente delle problematiche, che si presentano di volta in volta, è quella di far ricorso ad una consolidata procedura democratica. In tempi emergenziali, in cui è vitale un’azione tanto pragmatica e repentina quanto efficace e contenutisticamente valida, si mostrano le fragilità di sistemi democratici e procedure mai completamente funzionanti. Più che una sospensione della democrazia e delle sue istituzioni (che prevedono la partecipazione, discussione ed analisi di problemi e soluzioni), tutto ciò mette a nudo le incongruenze e la farraginosità sistemica di molte realtà politiche. 

Il sistema di cui tutti i giorni facciamo esperienza come cittadini e contribuenti, subendone spesso i disservizi, andrebbe implementato e reso maggiormente funzionale: 

  • la digitalizzazione della pubblica amministrazione, di uffici e sedi comunali è un obiettivo ancora lontano dall’essere raggiunto. 
  • L’alleggerimento burocratico, perseguibile con implementazione e il miglioramento di criteri lavorativi meritocratici.
  • Così come la trasparenza delle procedure, degli atti, delle delibere e delle azioni politiche, giustificando in questo modo la formulazione e realizzazione di proposte contenutisticamente valide nell’interesse comunitario, e non particolare. 

Per l’appunto le procedure democratiche di inclusione sono l’unica possibilità di risposta alle complesse problematiche sociali. Se non si lascia lo spazio, statuito e regolamentato, per la partecipazione risulta impossibile far emergere, analizzare e rendere pubbliche le più o meno latenti situazioni di complessità. 

Agire arbitrariamente, o spesso rimanere in uno stato di inerzia, affidando la gestione corrente a soluzioni individuali per queste ragioni non è solo una palese violazione dei principi costitutivi, ma è anche una strada inefficace ed impraticabile. I continui ritardi nell’attuare le norme mostrano questa ordinaria deficienza strutturale. Proprio in questo momento, servirebbe una maggiore dedizione all’ascolto della collettività, una complessiva competenza amministrativa e una critica avvedutezza politica. Tutto ciò ha bisogno di procedure democratiche qualitative.

Questa emergenza non è solo un incidente, non siamo causalmente inciampati su una buccia di banana. Dobbiamo essere consapevoli che il modello socio economico ha favorito il virus, la poca curanza del nostro pianeta ha devastato gli habitat naturali, i tagli al welfare hanno impedito in questo periodo di aiutare chi fosse più in difficoltà. Abbiamo pagato delle scelte politiche sbagliate, che ci hanno portato in questa situazione e solo delle politiche diverse potranno scortarci al di fuori della stessa.

Speriamo che in questa ennesima fase ci si dia una scossa e si cominci a lavorare di anticipo, soprattutto in vista del mondo che sarà, evitando un “Si salvi chi può”. Perché da solo non si salva nessuno. Siamo esausti di sentir dire che “andrà tutto bene”. Non vogliamo che sia una falsa speranza. Dobbiamo porre una condizione al nostro futuro: Andrà tutto bene se andrà bene a tutti.

Caro Presidente Mattarella

Caro Presidente Mattarella,

Le scriviamo con profonda stima, sia personale che istituzionale. Non sta di certo a noi dirlo, ma abbiamo gradito la sua posizione su più tematiche delicate. Proprio per questo vogliamo mostrarle le nostre preoccupazioni.

Questa pandemia ci ha sicuramente portato all’attenzione alcuni paradossi con cui conviviamo, un Paese in cui sono così poche le persone che hanno così tanto, e così tante le persone che hanno così poco. Un Paese in cui l’emergenza climatica si limita ad essere la preoccupazione di alcuni e non un allarme condiviso. Un Paese in cui la lotta alla mafia ed alla corruzione vengono usate come spot sulla pelle delle vittime innocenti e delle loro famiglie. Un Paese in cui i cd. “Decreti Sicurezza” sono giustificati nonostante la radicata matrice razzista.

Siamo molto preoccupati per il nostro Paese. Non a caso le inviamo questa lettera il 2 Giugno, in quella che è la Festa della Repubblica, giornata che dovrebbe unire tutto il popolo italiano e che invece viene utilizzata in maniera strumentale da personaggi che indossano un bel vestito.

L’Italia dovrebbe essere di un bambino preoccupato per la sua pagella, dei commercianti in ginocchio, di chi è stato male guardando le immagini di Capaci e Via d’Amelio, di chi ricorda la sua infanzia in bianco e nero, di chi la pensa con malinconia, di chi ha subito violenza, di chi riesce a sognare nonostante tutto. Presidente, l’Italia dovrebbe essere così: di tutti e tutte. Ma restiamo con i piedi per terra e siamo, tristemente, consapevoli che c’è chi si nasconde dietro le sofferenze e le paure degli italiani.

Siamo certi che se leggerà queste nostre parole, sarà ancora una volta puntuale nel farsi garante di tutti e tutte noi.

Auguri Presidente e Felice 74esima Festa della Repubblica Italiana.

Tu la conosci Claudia?

Digressioni e riflessioni in tempo di conversioni mediatiche.

I tre volti del socialismo disincantato, del sedicente pacifismo ad oltranza e della pedanteria altruistica.

Ognuno di noi, anche il più umile e modesto cittadino, spera che quel “futuro in cui tutti saranno famosi per 15 minuti” possa iniziare un domani proprio da lui. La ricerca della felicità, oggigiorno, passa proprio dal raggiungimento immediato e senza patemi d’animo della notorietà. Per questo la popolarità viene vista come possibilità di indirizzare lo stato delle cose e di esprimersi liberamente ottenendo un riscontro immediato. “In questo futuro” però la popolarità è ciclicamente più ampia. Accade sempre più spesso che vi sia una spasmodica ricerca della novità e che si passi altrettanto facilmente, senza preavviso, all’oblio.

Forse potremmo, in quanto italiani, definirci dei maestri in questa farsesca esistenzialità.

Se l’ironia romantica è proprio dei Tedeschi, l’arte della commedia farsesca invece è un lascito della nostra cultura. Possiamo trovarla in ogni angolo delle nostre città. Se ne tralasciamo la serietà della genesi, dalla grecità tutta fino alle forme della letteratura popolare romana, possiamo vedere nello sguardo dell’americanismo di Woody Allen uno squarcio di ciò che proprio in questi giorni stiamo vivendo.  In una scena di uno stranamente impalpabile to Rome with love Leopoldo (Leopoldo chi? Ma ovviamente lui), appena uscito di casa viene travolto dal notorio circolo mediatico italiano composto da giornalisti, cameraman, fan e adulatori vari. Una notorietà improvvisa lo circonda fino a limitare ogni suo spazio di manovra. In quella circostanza solo l’arrivo del suo autista, venuto dal nulla, lo libera per qualche istante dalla stretta opprimente che cerca in ogni modo di partecipare alla vita altrui.

Si dirà: è il prezzo della notorietà. Tutti vogliamo esser lui, averne il fascino, il carisma, i soldi o il potere, stargli vicino e fargli sentire il nostro affetto, condividere con lui non solo le sue emozioni ma anche le nostre. È normale, fa parte della normalità e delle cose. Ne abbiamo un qualche diritto o forse una prelazione, essendo noi che, osservando lui, lo rendiamo famoso. Ci è così familiare, un amico non certamente un estraneo. Lo conosciamo bene avendo condiviso ricordi, foto e momenti.

Per l’appunto, ci sentiamo di poter dire che la fama annulla ogni differenza. Semplicemente, per quanto vogliamo sforzarci di apparire diversi, di dire cose originali ed uniche, nulla differisce da ciò che si dice. Ognuno di noi crede di poter scegliere i propri eroi per cui patteggiare in un puro slancio di libertà. Da una parte i filo-spartani e dall’altra i filo-ateniesi.

FASE #2. Due facce della stessa medaglia

I visitatori. Michelangelo Pistoletto.

Schierarsi, prendere posizione e parteggiare, partecipando alla bagarre non è certamente utile per evitare la continua ripetizione di chiacchiere e futili discussioni mediatiche. Se lo si fa, si continua semplicemente ad alimentare la circolazione e la portata esponenziale della notizia. Non si fa altro che fare pubblicità e veicolarla, seppur ammantata – nell’intento di chi vuole opporsi alla gogna mediatica – da una certa dose di anticonformismo, guevarismo e bontà cristiana da libro cuore in chiave moderna.

Diversamente, bisognerebbe prendere le distanze, magari sforzandosi di spiegare ed analizzare i motivi profondi del malcontento. Offrire un’ipotesi articolata o almeno fare uno tenttivo per disimpegnarsi culturalmente dalla semplice riproposizione della lievità. Non basta sbandierare la difesa ad oltranza della parte offesa, con posizioni precostituite di solidarietà che magari sono anch’esse consumisticamente di moda. Anche questo è un certo malcostume: buttarsi nella contesa senza riflettere.

Tendenzialmente siamo portati a manifestare i nostri desideri di una società più equa e libera da costrizioni sociali senza però fare un passo ulteriore verso la concettualizzazione in idee, da discutere e condividere con gli altri. Perché sia profondamente erroneo ciò contro cui ci si schiera e come mai si sviluppa in modo così ampio e feroce è totalmente escluso da ogni commento. Dovrebbe essere, invece, un nostro primario compito quello di fornire gli strumenti per una discussione critica e lontana da populismi di ogni sorta; proprio perché – l’allontanamento da ogni becera contrapposizione fra noi e gli altri – è ciò speriamo di realizzare nel nostro mondo perfetto.  

Death of Marxism, Women of All Lands Unite

Tuttavia, agiamo nella direzione opposta: aumentiamo il nostro personale pantheon con nuovi idoli o con dannati contro cui scagliarsi, che di volta in volta agiscono simbolicamente, mostrando così una certa malcelata esigenza di colmare un vuoto culturale. Fagocitiamo le esperienze degli altri, le rendiamo reificabili, stampabili su una maglietta, idonei ad essere fissati sul muro, su una bandiera o su una qualsivoglia Homepage. Questo, volenti o nolenti, ci definisce socialmente per quelli che siamo. Nulla di più che degli insaziabili spettatori.

Eppure, qualcosa continua a farci pensare che bisognerebbe andare oltre la semplice costatazione della barbarie ed evitare di patteggiare per l’una o per l’altra squadra. Si tratterebbe quindi di intervenire in modo mirato solo sulle ragioni che hanno compartecipato a creare questo quadro sociale, entro cui tutti si sentono in diritto di parlare, offendere e denigrare e difendersi, senza inibizione sociale o remora alcuna. Spostare l’attenzione sui motivi e sulle ragioni, piuttosto che sugli impulsi e gli istinti da appagare, è il compito che chiunque si autodefinisca come solidale dovrebbe attuare. Certo, ma come?  Magari dicendo che questo fenomeno di distrazione di massa è alimentato dalla strutturale mancanza di una cultura critica condivisa, dovuta ad un sistematico depotenziamento di ogni istituzione sociale a cui spetterebbe il compito di formare le menti e (nel migliore delle ipotesi) gli animi dei cittadini. Dalla scuola allo sport, dagli spazi verdi ai parchi, ai musei, ai teatri ai cinema e alle associazioni persino all’azienda e alla fabbrica, i momenti di condivisione e co-responsabilità sono oramai privi di rilevanza. Perché non si studia più, non si approfondisce, non si partecipa e non si crede più in un ideale condiviso e condivisibile.

Tutto è per l’appunto uguale, facile da comprendere e quindi diffondibile. Tutto è lo stesso. Qualunque e privo di professionalità, dignità e specializzazione. Io o un altro non fa alcuna differenza. Questa crisi sociale diventa condizione materiale non solo della povertà intellettuale ma anche di quella economica che si ripete senza via d’uscita (mancando gli strumenti di analisi e comprensione di ciò che ci circonda). Nel ripresentarsi sempre sempre ugale si acuisce. Sfruttando nuovi strumenti di livellamento delle competenze come quelli che ci mettono in contatto senza però stabilire regole di responsabilità reciproca con cui interagire.

FASE #2.2. Gli effetti collaterali

La battaglia di Dogali

Da un lato si cerca però di sfruttare questo fenomeno e di renderlo a se favorevole.  Se cerchiamo in ogni modo di elevarci al di sopra delle nostre competenze non possiamo non chiedere aiuto al provincialistico personalismo. Lasciando parlare il nostro egoitismo:

  • Tutti i meriti sono personalmente miei. Tutti i demeriti invece sono lontani da ogni mia responsabilità, ma saranno oggetto della mia personale supervisione così da risolverli in prima persona, prima o poi. Con il favore di me stesso, potrei difendere da paladino ed avvocato delle vostre istanze i vostri interessi. In questo modo anche voi potrete sentirvi incaricati come me, anche se solo io posso intestarmi ogni successo. Questo perché bisogna pur mostrare a sé stessi e agli altri che proprio io sono a ricoprire la carica in questione. Per far ciò devo essere sempre sul pezzo e sempre nuove notizie sono richieste. Se non ci sono vanno anticipate, generate e sospinte. Si deve costruire di volta in volta un’attesa da colmare con minuzie e indiscrezioni. Più ampio e la risonanza mediatica e maggiore sarà la portata del mio successo.

Dall’altra però si lascia spazio a chi è più abile e capace di approfittarare mediaticamente, a chi senza remore sfrutta la spettacolarizzazione e la rivolta contro chi l’ha generata. Vanno fatti (metaforicamente) i nomi :

  • a chi non ha un freno morale agendo o contro gli altri per la propria causa, combattendo la propria guerra fatta di proiettili, tortura e propaganda
  • e di chi, trattando con quest’ultimi, nel liberare gli oppressi mostra a tutti che è la propria l’influenza quella che conta. In questo modo al primo, all’egoismo, non resta che esser collateralmente complice di un pasticcio. Finanziatore a sua insaputa.