Politica

Diritti Concessi o Riconosciuti?

Abbiamo da tempo accettato che l’esercizio di diritti, come quello di voto – semplice e forse oggi fin troppo scontato –, ci siano stati “concessi” e non “riconosciuti” .

C’è chi sostiene che la società odierna non può più definirsi patriarcale; né tantomeno maschilista può definirsi l’atteggiamento adottato dai più, con la mera giustificazione dell’evoluzione sociale e delle conquiste di cui noi donne oggi possiamo dire di godere.

Ed è proprio qui che nasce il problema. Questa costante contrapposizione tra Uomo e Donna in tema di diritti e libertà è assurda in una società democratica e permeata, almeno in apparenza, sulla parità di genere.

E’ necessario piuttosto focalizzare l’attenzione sulla PERSONA.

Mi rendo conto tuttavia, che sebbene l’attuale struttura sociale si renda in apparenza idonea a recepire tale eguaglianza, i consociati non sono in grado di renderla concreta; probabilmente perché manca alla base una conoscenza del concetto di patriarcato e maschilismo in chiave ‘moderna’.

Del resto viviamo in un mondo governato dall’odio per il diverso, dove il soggetto vulnerabile non viene aiutato ma messo ai margini. Così la supremazia del bianco più forte si eleva sul ‘negro ignorante’, così la forza del maschio alfa si infrange sulla “donna debole”.

E la forza si traduce in violenza, e la violenza a sua volta nasconde un presupposto: una vittima.

Ma la vittima è resa tale due volte; la prima con il reato che subisce e la seconda dai consociati che spesso e volentieri tendono a giustificare tali comportamenti con cliché squallidi.

La vittima diventa così il suo stesso carnefice, nonostante la necessaria contrapposizione delle due posizioni.

Viene lesa così nuovamente la sua dignità. Dignità non di donna ma di persona, appunto.

Appare dunque necessario un percorso di sensibilizzazione che parta dal nucleo familiare sin dalla precoce età, per poi svilupparsi in contesti sociali in cui sia possibile diffondere un significato di rispetto globale fondato sulla persona, e lontano da stereotipi di genere che purtroppo continuano a verificarsi in tutti gli ambienti in cui si sviluppa la vita sociale di un soggetto.

Noemi Gaita

Un albero contro le polveri sottili !

Alla vigilia della Festa dell’Albero, vogliamo approfittare di questa ricorrenza per esprimere la nostra preoccupazione circa la questione ambientale, in particolar modo sulla qualità dell’aria respirata ogni giorno.

Lo facciamo ricordando l’importanza di un albero; infatti, insieme a questa lettera troverete un piccolo albero. Ogni albero è speciale nella lotta all’emergenza climatica poiché riesce a catturare una quantità molto consistente di CO2 ed ha una grande capacità antipolveri, proteggendo la biodiversità. Gli alberi hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione del dissesto idrogeologico.

Piantarne anche solo uno rappresenta un gesto concreto per restituire alle comunità spazi vivibili ed accoglienti e per ricordare che senza gli alberi, i polmoni verdi del pianeta, non c’è futuro. Oggi il nostro albero è ribadisce la proposta, protocollata il 31 Gennaio 2020, volta a far installare delle centraline per la misurazione delle polveri sottili.

Riteniamo sia un atto necessario, perché tale installazione sarebbe solo un primo passo per comprendere la gravità della situazione e, di conseguenza, capire quali provvedimenti adottare per migliorare la qualità dell’aria, contribuendo a limitare, se non eliminare, il rilascio di polveri sottili nell’aria che respiriamo.

Auspichiamo che il Comune di Atripalda si faccia portavoce di tale istanza, rendendosi promotore di un tavolo con gli amministratori dei Comuni limitrofi per cercare, ma soprattutto trovare, di concerto, soluzioni ad un problema che non può più essere rimandato. Non c’è più tempo!

Il diritto alla salute sancito dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana, non concerne il diritto di curarsi, o almeno non solo, ma soprattutto va a garantire il diritto di non ammalarsi.

IDEA Atripalda

Un viaggio in Armenia

Yerevan, capitale dell’Armenia

Quando si concretizzò l’opportunità di andare a Yerevan nel 2019 per un’esperienza universitaria, fui pervaso da un sentimento misto tra la paura di trovarmi male e l’eccitazione per un’avventura nuova e particolare.

Era la prima volta che uscivo da casa per un periodo consistente e dovevo adeguarmi ad un qualcosa che presumevo fosse diverso anche dalla cultura di altri paesi, quelli europei, che avevo già visitato.

Prima di partire ho cercato quante più informazioni possibili sull’Armenia. In particolare ricordo che lessi sul sito della Farnesina per esempio che il clima fosse rigido e che i negozi chiudessero alle 18 del pomeriggio. Dell’Armenia non si parla quasi mai, è veramente raro. È una nazione piccola, al massimo l’avrò sentita nominare qualche volta per il genocidio, o si, per i System of a Down, gruppo rock armeno – americano che ogni tanto ascolto, oppure Italia – Armenia, qualche vecchia partita di calcio. Mi sembra di ricordare che Giovinco, giocatore non proprio altissimo, contro di loro fece un gol di testa.

Mi ero dunque preparato una valigia con vestiti invernali e qualche provvista di emergenza anche se avrei dovuto affrontare i mesi di maggio e giugno.

Quando atterrai a Yerevan, ci fu un problemino col mio passaporto, mi trattennero un po’ più del dovuto alla dogana. Scoprii tempo dopo che pensavano fossi un latitante. Quando mi fu messo il timbro sul documento, fui sollevato. Osservai la sagoma rossa del monte Ararat sul passaporto con un forte senso di liberazione, anche se non del tutto sopito. Quell’iniziale episodio, fu una sorta di cattivo presagio: come avrei potuto resistere 45 giorni in quel posto se, già appena arrivato, c’erano stati dei problemi?

Uscito dall’aereoporto, i miei timori si intensificarono. Le auto che transitavano erano tutte vecchie, e le insegne pubblicitarie scritte tutte in quell’alfabeto incomprensibile. Intanto, nel tragitto verso la casa che avevo preso in affitto, maneggiando il mio passaporto continuavo ad osservare il timbro che mi era stato messo alla dogana. Ma mi fu detto dalla mia accompagnatrice, la professoressa che venne a prendermi all’aereoporto in taxi, che il monte Ararat, vulcano spento dalle 2 cime, a cui gli armeni sono molto devoti, fosse in territorio turco. Non aggiunse altro.

Fu quello l’unico intoppo della mia esperienza in Armenia: l’inizio. Per il resto, vissi un mese di maggio e un po’ di giugno veramente caldo lì nel paese caucasico, facevo la spesa a tutte le ore perché i negozi non chiudevano praticamente mai, mentre sui social leggevo i post dei miei contatti che in Italia il mese di maggio si stava rivelando estremamente piovoso.

I paesaggi, la storia, la cultura di quel popolo cominciarono ad affascinarmi, sempre di più, giorno dopo giorno, toccandoli con mano. L’Armenia è profondamente diversa dall’Italia, ma gli armeni sono molto simili agli italiani. Amano il cibo, la compagnia, sono cristiani, sono affabili. Forse a differenza di noi italiani hanno un attaccamento al proprio territorio e alle proprie tradizioni fuori dal comune. Tutti conoscevano la storia millenaria della loro nazione, molto di più di noi italiani, che a stento conosciamo per sommi capi la grandezza dell’Impero Romano o un minimo di storia contemporanea. Credenti o meno, tutti erano orgogliosi di appartenere al primo popolo ufficialmente cristiano della storia, e mi facevano visitare le chiese, le fortezze, le aree archeologiche con fierezza e con la voglia di trasferire quante più informazioni possibili. E facevano letteralmente a gara tra di loro, tra chi di loro dovesse essere più disponibile e ospitale.

Nonostante tornai a casa con gli obiettivi universitari completamente raggiunti, a volte dimenticavo che il motivo del mio soggiorno lì fosse questo. Ero meravigliato del fatto che gli armeni fossero così vivi ed attivi, che facessero anche ricerche di qualità nonostante non avessero tante risorse e strumenti all’avanguardia.

Si parlava molto con gli armeni, tra l’altro nutrono anche una profonda ammirazione per gli italiani. Noi, si sa, siamo un modello per la moda, il cibo, la musica… E forse sappiamo ascoltare. E mi hanno fatto scoprire che in passato l’Ararat si trovava nel territorio armeno, che la città di Ani, che nel medioevo era la capitale del glorioso regno d’Armenia oggi si trova in Turchia e non è altro che un sito archeologico, che ci sono chiese e monumenti armeni un po’ in tutto il Caucaso meridionale, fuori dagli attuali confini nazionali. Ma questo non è importante, per esempio anche noi italiani dobbiamo sopportare che ci siano città fondate dai romani fuori dai confini nazionali. Ma gli armeni questo lo sanno. Certo, è doloroso affacciarsi dalla finestra e da un balcone di Yerevan esposto verso ovest e ammirare il monte Ararat, sapendo che non appartiene più a loro, ma ci avranno fatto l’abitudine. Avranno messo alle loro spalle anche il genocidio del loro popolo dei primi anni del 900, del fatto che siano poche le nazioni che lo riconoscano e che 8 milioni di loro vivano fuori dai confini nazionali. E si abitueranno sicuramente al fatto che l’Azerbaijan, approfittando che il mondo fosse distratto da covid e da elezioni USA, con una terra lampo si sia riappropriato di territori pieni di testimonianze della cultura armena, che gli armeni avevano a fatica riconquistato pochi anni fa. Ma si, si abitueranno, come hanno sempre fatto, e come sempre si rialzeranno, orgogliosamente, e ricominceranno.

Un’esperienza intensa quella a Yerevan. Un mese e mezzo che mi sono serviti per capire tante cose. Noi italiani siamo privilegiati, nonostante il covid 19, nelle tv sentiamo parlare di Angela da Mondello e non di guerra, oppure che le nostre ricerche scientifiche siano valutate obiettivamente prima di essere approvate dalle commissioni internazionali invece di essere scartate a priori. Eppure sento parlare male dell’Italia da parte degli italiani stessi. Spesso lo faccio anche io. Gli armeni non parlano male della madre Armenia, ma nessuno tocca la nostra madre Italia.

Certi luoghi sono talmente lontani che nel presente sono remoti.

Luigi Ammirati

Il conflitto Azero-Armeno

In questo periodo, giustamente, i mass media si concentrano prevalentemente sulla pandemia di Covid 19 che sta mietendo vittime sia in vite umane che sotto l’aspetto economico. Viene dato poco spazio alla crisi in Caucaso meridionale, dove, dal 27 settembre 2020, si è riacceso il conflitto tra Armeni e Azeri. Una crisi che ufficialmente dura da 30 anni, ma che ha radici più antiche. Il Caucaso è sempre stato un luogo crocevia di commerci tra Oriente e Occidente, e in particolare negli ultimi 150 anni ha visto per i più svariati motivi i popoli del luogo in contrasto tra loro, basta ricordare il genocidio degli Armeni ad opera dell’Impero Ottomano, una ferita ancora aperta nel loro cuore, in quanto oltre allo sterminio di un numero stimato tra i 700000 e 1,5 milioni di Armeni negli anni intorno alla prima guerra mondiale, ha causato una diaspora senza precedenti (nei confini nazionali vivono meno di 3 milioni di Armeni, fuori raggiungiamo gli 8 milioni), non è ancora riconosciuto da gran parte delle nazioni. Con la caduta dell’impero Ottomano, l’Armenia fu annessa all’unione sovietica e costretta a cedere alla Turchia molti territori occidentali, compreso il monte Ararat, la montagna sacra, che è visibile da Yerevan, oltre ad altri territori storici. Ad est invece oggi, il Nagorno – Karabakh (che in russo vuol dire “giardino nero”), per gli Armeni Artsakh, è il territorio conteso oggi e teatro degli attacchi bellici. Nel 1921, nella neonata Unione Sovietica, Stalin la annesse all’Azerbaijan, primo stato musulmano, nonostante il territorio fosse abitato prevalentemente da Armeni, cristiani. Essendo entrambi gli stati parte dell’Unione sovietica, le rivendicazioni territoriali furono formalmente sospese. Con la caduta dell’Unione sovietica e l’indipendenza di Armenia e Azerbaijan, gli animi si sono riaccesi. I cittadini della regione avevano, in un referendum, deciso per la propria indipendenza, legata comunque alla madrepatria Armenia, decisione mai accettata dagli Azeri e neanche dall’Onu.

Negli anni 90 il conflitto aveva già causato 30000 morti, senza che il problema si risolvesse. Ogni tanto il conflitto si era riacceso per qualche giorno, ma stavolta sembra che la faccenda sia seria, le informazioni da entrambi i lati sono imprecise o volutamente fake, e la guerra, oltre sul campo, sulle città, si sta combattendo anche in rete. Sono stati violati dei “cessate il fuoco” e addirittura i ministri degli esteri delle due nazioni si sono seduti ad un tavolo diplomatico a Mosca, senza Non si hanno idea delle perdite, che comunque sono alte, più che altro siamo preoccupati del fatto che la guerra per un territorio relativamente piccolo possa avere dei risvolti internazionali, con il coinvolgimento della Turchia, che con gli attriti pregressi nei confronti dell’Armenia, sostiene chiaramente l’Azerbaijan fornendo materiale bellico, e della Russia, che è dalla parte armena, o il coinvolgimento di mercenari Jahidisti siriani, al fianco dei musulmani azeri contro i cristiani armeni, senza dimenticare il discorso energetico, con la pipeline del gas e del petrolio che parte da Baku e arriva fino in Puglia, e che per non attraversare l’Armenia fa una strana deviazione in Georgia. Anche Israele sembra coinvolto, fornendo armi agli Azeri nonostante i freddi rapporti con la Turchia, e il Pakistan, che non ha mai riconosciuto l’Armenia come nazione che potrebbe fare la sua parte, oltre all’Iran che per rivalità con la Turchia appoggerebbe l’Armenia.

Si prospetta quindi una guerra formalmente territoriale, simile a ciò che è accaduto nella ex Yugoslavia,  ma mascherata da guerra santa ed economica, che può avere risvolti mondiali, con il sospetto che la Turchia, in cabina di regia, voglia realizzare il progetto dell’impero Ottomano del Panturchismo, e la piccola Armenia rappresenta un ostacolo geografico di collegamento oltre tra la parte est ed ovest (insieme all’Iran), una guerra di religione e non è remota la possibilità di un nuovo genocidio degli Armeni.

L’unico modo per risolvere il conflitto è che nel mondo si cominci a riconoscere la Repubblica di Artsakh, che per il principio di indeterminazione dei popoli si è autoproclamata indipendente. Lo chiediamo alle nazioni europee, che attualmente stanno cercando di tenersi a distanza.

Luigi Ammirati

“WiFi4EU”: un’occasione sprecata

Poche ore fa è stato reso noto l’elenco dei Comuni che beneficeranno dei fondi europei previsti dal bando “WiFi4EU”. Diverse città irpine hanno, con lungimiranza e attenzione, presentato richiesta.

In particolare, parliamo di Calabritto, Castelfranci, Conza della Campania, Grottolella, Guardia Lombardi, Montella, Quindici, Salza Irpina, Sturno, Torella dei Lombardi, Villamaina, Volturara Irpina e Zungoli.

Avevamo, a tempo debito, proposto al nostro Comune di credere in questo progetto e aderire al bando. Purtroppo, così non è stato.

Un vero peccato, in quanto Atripalda avrebbe avuto a disposizione 15.000 Euro da investire nell’installazione di hotspot Wi-Fi gratuiti negli spazi pubblici.

Soprattutto nei mesi di lockdown abbiamo potuto comprendere quanto sia importante avere una connessione ad internet stabile, per poter lavorare da casa, proseguire i percorsi di studio, ma anche intrattenere dei rapporti a distanza, nell’impossibilità di incontrarsi dal vivo.

Un’occasione sprecata. Lo constatiamo con rammarico. La speranza è che in futuro si possano cogliere queste opportunità di sviluppo per la nostra comunità.

Pensiamo al bando nazionale per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio. Il Comune di Atripalda avrebbe diritto a 90.000 Euro.

Noi attendiamo, come sempre, con la massima fiducia.