Politica

Caro Presidente Mattarella

Caro Presidente Mattarella,

Le scriviamo con profonda stima, sia personale che istituzionale. Non sta di certo a noi dirlo, ma abbiamo gradito la sua posizione su più tematiche delicate. Proprio per questo vogliamo mostrarle le nostre preoccupazioni.

Questa pandemia ci ha sicuramente portato all’attenzione alcuni paradossi con cui conviviamo, un Paese in cui sono così poche le persone che hanno così tanto, e così tante le persone che hanno così poco. Un Paese in cui l’emergenza climatica si limita ad essere la preoccupazione di alcuni e non un allarme condiviso. Un Paese in cui la lotta alla mafia ed alla corruzione vengono usate come spot sulla pelle delle vittime innocenti e delle loro famiglie. Un Paese in cui i cd. “Decreti Sicurezza” sono giustificati nonostante la radicata matrice razzista.

Siamo molto preoccupati per il nostro Paese. Non a caso le inviamo questa lettera il 2 Giugno, in quella che è la Festa della Repubblica, giornata che dovrebbe unire tutto il popolo italiano e che invece viene utilizzata in maniera strumentale da personaggi che indossano un bel vestito.

L’Italia dovrebbe essere di un bambino preoccupato per la sua pagella, dei commercianti in ginocchio, di chi è stato male guardando le immagini di Capaci e Via d’Amelio, di chi ricorda la sua infanzia in bianco e nero, di chi la pensa con malinconia, di chi ha subito violenza, di chi riesce a sognare nonostante tutto. Presidente, l’Italia dovrebbe essere così: di tutti e tutte. Ma restiamo con i piedi per terra e siamo, tristemente, consapevoli che c’è chi si nasconde dietro le sofferenze e le paure degli italiani.

Siamo certi che se leggerà queste nostre parole, sarà ancora una volta puntuale nel farsi garante di tutti e tutte noi.

Auguri Presidente e Felice 74esima Festa della Repubblica Italiana.

Tu la conosci Claudia?

Digressioni e riflessioni in tempo di conversioni mediatiche.

I tre volti del socialismo disincantato, del sedicente pacifismo ad oltranza e della pedanteria altruistica.

Ognuno di noi, anche il più umile e modesto cittadino, spera che quel “futuro in cui tutti saranno famosi per 15 minuti” possa iniziare un domani proprio da lui. La ricerca della felicità, oggigiorno, passa proprio dal raggiungimento immediato e senza patemi d’animo della notorietà. Per questo la popolarità viene vista come possibilità di indirizzare lo stato delle cose e di esprimersi liberamente ottenendo un riscontro immediato. “In questo futuro” però la popolarità è ciclicamente più ampia. Accade sempre più spesso che vi sia una spasmodica ricerca della novità e che si passi altrettanto facilmente, senza preavviso, all’oblio.

Forse potremmo, in quanto italiani, definirci dei maestri in questa farsesca esistenzialità.

Se l’ironia romantica è proprio dei Tedeschi, l’arte della commedia farsesca invece è un lascito della nostra cultura. Possiamo trovarla in ogni angolo delle nostre città. Se ne tralasciamo la serietà della genesi, dalla grecità tutta fino alle forme della letteratura popolare romana, possiamo vedere nello sguardo dell’americanismo di Woody Allen uno squarcio di ciò che proprio in questi giorni stiamo vivendo.  In una scena di uno stranamente impalpabile to Rome with love Leopoldo (Leopoldo chi? Ma ovviamente lui), appena uscito di casa viene travolto dal notorio circolo mediatico italiano composto da giornalisti, cameraman, fan e adulatori vari. Una notorietà improvvisa lo circonda fino a limitare ogni suo spazio di manovra. In quella circostanza solo l’arrivo del suo autista, venuto dal nulla, lo libera per qualche istante dalla stretta opprimente che cerca in ogni modo di partecipare alla vita altrui.

Si dirà: è il prezzo della notorietà. Tutti vogliamo esser lui, averne il fascino, il carisma, i soldi o il potere, stargli vicino e fargli sentire il nostro affetto, condividere con lui non solo le sue emozioni ma anche le nostre. È normale, fa parte della normalità e delle cose. Ne abbiamo un qualche diritto o forse una prelazione, essendo noi che, osservando lui, lo rendiamo famoso. Ci è così familiare, un amico non certamente un estraneo. Lo conosciamo bene avendo condiviso ricordi, foto e momenti.

Per l’appunto, ci sentiamo di poter dire che la fama annulla ogni differenza. Semplicemente, per quanto vogliamo sforzarci di apparire diversi, di dire cose originali ed uniche, nulla differisce da ciò che si dice. Ognuno di noi crede di poter scegliere i propri eroi per cui patteggiare in un puro slancio di libertà. Da una parte i filo-spartani e dall’altra i filo-ateniesi.

FASE #2. Due facce della stessa medaglia

I visitatori. Michelangelo Pistoletto.

Schierarsi, prendere posizione e parteggiare, partecipando alla bagarre non è certamente utile per evitare la continua ripetizione di chiacchiere e futili discussioni mediatiche. Se lo si fa, si continua semplicemente ad alimentare la circolazione e la portata esponenziale della notizia. Non si fa altro che fare pubblicità e veicolarla, seppur ammantata – nell’intento di chi vuole opporsi alla gogna mediatica – da una certa dose di anticonformismo, guevarismo e bontà cristiana da libro cuore in chiave moderna.

Diversamente, bisognerebbe prendere le distanze, magari sforzandosi di spiegare ed analizzare i motivi profondi del malcontento. Offrire un’ipotesi articolata o almeno fare uno tenttivo per disimpegnarsi culturalmente dalla semplice riproposizione della lievità. Non basta sbandierare la difesa ad oltranza della parte offesa, con posizioni precostituite di solidarietà che magari sono anch’esse consumisticamente di moda. Anche questo è un certo malcostume: buttarsi nella contesa senza riflettere.

Tendenzialmente siamo portati a manifestare i nostri desideri di una società più equa e libera da costrizioni sociali senza però fare un passo ulteriore verso la concettualizzazione in idee, da discutere e condividere con gli altri. Perché sia profondamente erroneo ciò contro cui ci si schiera e come mai si sviluppa in modo così ampio e feroce è totalmente escluso da ogni commento. Dovrebbe essere, invece, un nostro primario compito quello di fornire gli strumenti per una discussione critica e lontana da populismi di ogni sorta; proprio perché – l’allontanamento da ogni becera contrapposizione fra noi e gli altri – è ciò speriamo di realizzare nel nostro mondo perfetto.  

Death of Marxism, Women of All Lands Unite

Tuttavia, agiamo nella direzione opposta: aumentiamo il nostro personale pantheon con nuovi idoli o con dannati contro cui scagliarsi, che di volta in volta agiscono simbolicamente, mostrando così una certa malcelata esigenza di colmare un vuoto culturale. Fagocitiamo le esperienze degli altri, le rendiamo reificabili, stampabili su una maglietta, idonei ad essere fissati sul muro, su una bandiera o su una qualsivoglia Homepage. Questo, volenti o nolenti, ci definisce socialmente per quelli che siamo. Nulla di più che degli insaziabili spettatori.

Eppure, qualcosa continua a farci pensare che bisognerebbe andare oltre la semplice costatazione della barbarie ed evitare di patteggiare per l’una o per l’altra squadra. Si tratterebbe quindi di intervenire in modo mirato solo sulle ragioni che hanno compartecipato a creare questo quadro sociale, entro cui tutti si sentono in diritto di parlare, offendere e denigrare e difendersi, senza inibizione sociale o remora alcuna. Spostare l’attenzione sui motivi e sulle ragioni, piuttosto che sugli impulsi e gli istinti da appagare, è il compito che chiunque si autodefinisca come solidale dovrebbe attuare. Certo, ma come?  Magari dicendo che questo fenomeno di distrazione di massa è alimentato dalla strutturale mancanza di una cultura critica condivisa, dovuta ad un sistematico depotenziamento di ogni istituzione sociale a cui spetterebbe il compito di formare le menti e (nel migliore delle ipotesi) gli animi dei cittadini. Dalla scuola allo sport, dagli spazi verdi ai parchi, ai musei, ai teatri ai cinema e alle associazioni persino all’azienda e alla fabbrica, i momenti di condivisione e co-responsabilità sono oramai privi di rilevanza. Perché non si studia più, non si approfondisce, non si partecipa e non si crede più in un ideale condiviso e condivisibile.

Tutto è per l’appunto uguale, facile da comprendere e quindi diffondibile. Tutto è lo stesso. Qualunque e privo di professionalità, dignità e specializzazione. Io o un altro non fa alcuna differenza. Questa crisi sociale diventa condizione materiale non solo della povertà intellettuale ma anche di quella economica che si ripete senza via d’uscita (mancando gli strumenti di analisi e comprensione di ciò che ci circonda). Nel ripresentarsi sempre sempre ugale si acuisce. Sfruttando nuovi strumenti di livellamento delle competenze come quelli che ci mettono in contatto senza però stabilire regole di responsabilità reciproca con cui interagire.

FASE #2.2. Gli effetti collaterali

La battaglia di Dogali

Da un lato si cerca però di sfruttare questo fenomeno e di renderlo a se favorevole.  Se cerchiamo in ogni modo di elevarci al di sopra delle nostre competenze non possiamo non chiedere aiuto al provincialistico personalismo. Lasciando parlare il nostro egoitismo:

  • Tutti i meriti sono personalmente miei. Tutti i demeriti invece sono lontani da ogni mia responsabilità, ma saranno oggetto della mia personale supervisione così da risolverli in prima persona, prima o poi. Con il favore di me stesso, potrei difendere da paladino ed avvocato delle vostre istanze i vostri interessi. In questo modo anche voi potrete sentirvi incaricati come me, anche se solo io posso intestarmi ogni successo. Questo perché bisogna pur mostrare a sé stessi e agli altri che proprio io sono a ricoprire la carica in questione. Per far ciò devo essere sempre sul pezzo e sempre nuove notizie sono richieste. Se non ci sono vanno anticipate, generate e sospinte. Si deve costruire di volta in volta un’attesa da colmare con minuzie e indiscrezioni. Più ampio e la risonanza mediatica e maggiore sarà la portata del mio successo.

Dall’altra però si lascia spazio a chi è più abile e capace di approfittarare mediaticamente, a chi senza remore sfrutta la spettacolarizzazione e la rivolta contro chi l’ha generata. Vanno fatti (metaforicamente) i nomi :

  • a chi non ha un freno morale agendo o contro gli altri per la propria causa, combattendo la propria guerra fatta di proiettili, tortura e propaganda
  • e di chi, trattando con quest’ultimi, nel liberare gli oppressi mostra a tutti che è la propria l’influenza quella che conta. In questo modo al primo, all’egoismo, non resta che esser collateralmente complice di un pasticcio. Finanziatore a sua insaputa.

Un pò di spazio. Un’idea di ripartenza.

“Dobbiamo imparare a convivere con il virus” 

Questa è la frase che ha dato via alla “Fase 2” con cui  riparte anche la quotidianità, la quale deve necessariamente essere subordinata alla nostra capacità di dotarci di adeguati strumenti, tra cui quelli di una rinnovata modalità di governo del territorio.

La riapertura va progettata ora, ponendoci un duplice obiettivo:  incentivare,  e non solo concedere, il commercio al dettaglio, e preservare la salute dei titolari delle attività, dei dipendenti e della collettività.

 Alcune delle soluzioni più adottate in diversi Paesi, ma anche immaginate in alcuni contesti italiani, riguardano la mobilità e la fruizione dello spazio pubblico.

RIDUZIONE TRAFFICO CITTADINO

Per garantire lo spazio sufficiente a muoversi in sicurezza ed osservare le norme sul distanziamento fisico, è necessario ridurre notevolmente le strade destinate al transito ed al parcheggio delle automobili, soprattutto nei centri storici. Bisogna attuare una strategia che faciliti il mantenimento della distanza minima di sicurezza, senza negare a nessuno la possibilità di uscire di casa e muoversi liberamente.

Con un’attenzione al benessere urbano e alla fruibilità degli spazi, si incoraggerebbe la cittadinanza a frequentare i quartieri e, conseguentemente, gli esercizi commerciali che li popolano.

Inoltre, tale strategia andrebbe ad impedire un repentino aumento dell’inquinamento atmosferico, che comporterebbe a sua volta una maggior diffusione del contagio (link dello studio), risultando al contempo una misura  coerente con la “Dichiarazione di emergenza climatica” deliberata dal nostro consiglio comunale lo scorso autunno.

Come?

In primis, attraverso l’individuazione di nuove zone pedonali/ZTL e l’incentivazione della mobilità sostenibile; basti pensare alla creazione di nuove tratte ciclabili e all’ampliamento di quelle già esistenti, senza dimenticare gli spazi di sosta. 

Per evitare i tempi lunghi e i costi dei tradizionali interventi urbanistici strutturali, ci si può servire di strumenti innovativi e seguire gli esempi di alcune grandi città europee (tra le tante Amsterdam, Milano e Berlino). La riorganizzazione degli spazi può essere progettata attraverso l’urbanistica tattica, che si serve di vernici, cordoli, fioriere, pinch point e segnaletica a basso costo.

PIÙ SPAZIO PER I COMMERCIANTI

Aumentare lo spazio disponibile per chi lavora nel commercio, in modo che sia i lavoratori e le lavoratrici che la clientela possano rispettare le norme sul distanziamento interpersonale. Così da consentire anche la riapertura dei locali di piccole dimensioni, dove risulterebbe impossibile, e comunque penalizzante, rispettare le distanze.

Come?

In coerenza a quanto detto dal governo nel decreto del rilancio, parliamo dell’esenzione dalla Tosap in modo da mettere a disposizione di bar e ristoranti porzioni di suolo Pubblico, utilizzando anche degli spazi oggi destinati al parcheggio e al transito dei veicoli. Bisogna mappare le attività di ristoro e trovare una soluzione ad ogni fattispecie per permettere lo svolgimento dell’attività in sicurezza.

E’ necessario pensare agli spazi della nostra città in maniera diversa per consentire  ai cittadini di passeggiare, ma anche alle attività di commercio al dettaglio, di non perdere la propria clientela. Come detto precedentemente, nelle zone più trafficate dal passeggio si può prevedere una ZTL in alcuni orari e giorni della settimana.

CULTURA AL CENTRO

Il mondo della cultura ha subito un duro colpo e vanno ovviamente ripensate le tante attività che arricchivano le nostre giornate; tutto ciò favorendo un corretto utilizzo dello spazio pubblico: in uno spazio presidiato ed organizzato è più facile aiutare le persone a rispettare la distanza di sicurezza.  

L’idea è quella di rispondere a questa crisi mettendo la cultura al centro ed attingendo alle risorse rimaste inutilizzate, causa emergenza sanitaria, ridestinandole a nuovi eventi pubblici che sappiano ridare lustro alla nostra città.

Inoltre sarebbe da incentivo per la rinascita di alcuni spazi della città arricchire gli stessi attraverso l’installazione di opere d’arte stradali con le quali facilitare la delimitazione degli spazi pedonali, incentivare il rallentamento delle automobili e sfruttare l’apporto dell’estetica per stimolare la cura dei luoghi pubblici. Queste misure permettono di modificare il rapporto tra persone e strade, con un impatto positivo sugli esercizi commerciali che vi risiedono.

Come?

Programmando, nel rispetto delle regole dettate dal Governo e dalla regione, attività culturali come concerti, spettacoli teatrali, mostre, installazioni, momenti di divulgazione nelle vie liberate dal traffico, anche con l’ausilio di strutture mobili o fisse. Si potrebbero anche mettere a disposizione i grandi spazi aperti per la realizzazione di un cinema “drive in”, su modelli già sperimentati in altri paesi. 

RIPRISTINARE IL BIKE SHARING 

Con il Bike Sharing, non solo si andrebbe a garantire agli utenti la sicurezza indispensabile, ma verrebbe introdotto un nuovo servizio, che a lungo termine potrebbe tramutarsi in un aumento della domanda.

Come?

Ripristinare il bike sharing equivale ad incentivare la micromobilità, rendendo così più sicure e più vivibili le strade della nostra cittadina. Un servizio che c’era, e che dovrebbe essere ripristinato, per permettere a tutti anche brevi spostamenti cittadini. 

Ma come si pianifica il territorio?

Per realizzare piccoli e grandi interventi, condivisi dalla cittadinanza e a favore di uno sviluppo più consapevole, c’è bisogno di riportare la pianificazione del territorio al centro della scena, che non significa soltanto redigere PUC (Piani Urbanistici Comunali).

Due aspetti fondamentali sono le competenze e la visione.

Questi interventi vanno redatti da professionisti del settore, i pianificatori territoriali, figure che ancora non sono pienamente riconosciute all’interno delle amministrazioni comunali; inoltre, nessuna delle idee citate può viaggiare da sola, ma va calata nell’ambito di un piano a lungo termine che comprende queste ed altre misure in maniera coerente, senza “eventi” sporadici che poi si rivelano spesso inutili e persino dannosi per le comunità. 

Scarica qui la nostra proposta 👇

IDEA Atripalda

Scusaci Silvia, facciamo schifo

Cosa ci vedete in questa immagine? So che è inusuale dare inizio ad un articolo con una domanda, però fatico a trovare un modo pacato per dirvi ciò che penso.

Vi rispondo io: ci vedo un amore immenso che lega una madre e una figlia, con la prima che per 18 mesi non ha avuto alcuna notizia della seconda. Provate per un solo secondo ad immedesimarvi nella donna che, nel giorno della festa della mamma, ha potuto realizzare la gioia più grande nella mattinata di ieri.

Ci riuscite? Bene, è già un inizio. La ragazza sulla destra è Silvia Romano. Credo che in pochissimi non siano al corrente della storia di questa giovane, quindi spendo pochissime parole per rinfrescare le menti di qualcuno.

Il 20 novembre 2018 Silvia, cooperante per Emergency, viene rapita da una cellula terroristica legata al gruppo Al-Shabab in Kenya. Solo pochi mesi prima si era laureata presentando una tesi sulla tratta degli esseri umani. Poi la partenza verso l’Africa, per realizzare il suo sogno, aiutare gli altri.

Il 9 maggio scorso arriva la notizia più bella, che squarcia un velo cupo per l’emergenza Covid-19: Silvia Romano è libera, grazie all’eccellente lavoro dei nostri servizi d’intelligence. La mattina seguente, la ragazza fa rientro in Italia con un volo di Stato, e viene accolta a Ciampino dai familiari e da una stretta delegazione del Governo.

Tutto straordinario, se non fosse per le reazioni social di gente comune e politica, condensate da titoli indegni di alcuni giornali. Già alla notizia della liberazione della Romano si sono levati i primi commenti indignati legati ad un possibile riscatto pagato dall’Italia verso i terroristi, abbinati ai sibillini “se l’è cercata”.

La rabbia si scatena al ritorno della 25enne: la cooperante scende dall’aereo lasciando intravedere un vestito tradizionale della cultura islamica. Inoltre, ha dichiarato di non aver subito violenze e di essersi convertita all’islamismo. Non si contano le reazioni di chi la considera “nemica degli italiani” solo per il suo modo di vestire. Poi qualcuno fa riferimento ad una mano posata sul ventre. Siamo al delirio.

Uno di questi pensieri mi ha colpito. Gli psichiatri del web hanno diagnosticato a Silvia Romano la sindrome di Stoccolma. In pratica, un soggetto sottoposto a continua violenza verbale o fisica, può finire per avere un sentimento positivo verso il sequestratore. Eh beh, d’altronde abbiamo laureati in serie tv con specializzazione nell’aver seguito su uno schermo due rapine milionarie. Che volete di più?

Forse qualcuno dimentica le lotte che hanno contraddistinto la genesi della nostra giovane Repubblica: nei principi fondamentali, articolo 8 della Costituzione, c’è la risposta che tanti tuttologi meritano di avere. Mi permetto di spiegarlo brevemente.

Il nostro Stato è non è una teocrazia, e sono tutelate tutte le minoranze religiose. Non capisco chi abbia potuto partorire un pensiero tanto malsano. Silvia Romano è una cittadina italiana a tutti gli effetti, quale religione professi dovrebbe essere l’ultimo dei nostri problemi. E invece no, si tende a fare una dicotomia tra italiani e islamici. Come se i secondi fossero inferiori ai primi e, soprattutto, come se possano essere paragonabili. Per chi è davvero duro a capire, essere italiani vuol dire appartenere ad una nazione, essere islamici vuol dire appartenere ad una comunità religiosa. E finiamola di confondere chi professa una determinata religione con chi semina il terrore per diffondere un’interpretazione distorta di un libro sacro. Siamo ridicoli. O meglio, facciamo schifo.

Sì, l’ho scritto. E lo ripeto. Facciamo schifo. Questo perché ad una ragazza come Silvia Romano dovremmo solo dire “grazie”. Una donna solare, determinata, e soprattutto libera, non può essere oggetto di questo scempio mediatico. Ed il colmo sta proprio in alcune famose affermazioni della politica. Si può dire che la Romano sia la rappresentazione dello slogan “aiutiamoli a casa loro”, che ha fatto milioni di proseliti. Mi astengo dalla valutazione politica, non è l’intento di questo articolo. Il fatto assurdo è che abbiamo riempito di insulti una ragazza che ha aiutato potenziali migranti a casa loro, rischiando la vita, a causa di una visione distorta della realtà.

Ricordate la domanda che ho posto all’inizio di questo lunghissimo pensiero? Ecco, pensateci molto bene, rifletteteci 10, 100, 1000 volte, poi datevi una risposta. E magari riflettete anche prima di scagliare tutte le vostre frustrazioni su un commento social. Oppure prima di dare alle stampe quotidiani con titoloni ampiamente fuorvianti e utili a fare altra polemica inutile.

Sono schifato. Forse proprio noi giornalisti facciamo schifo.

DIARIO DEL VOLONTARIO: 7° SETTIMANA

Caro diario,

questa domenica si conclude la settimana numero 7 del nostro servizio di volontariato.

Anche questa settimana ci ha visto impegnati su diversi fronti. Prosegue senza sosta l’attività di consegna della spesa a domicilio, garantita a chiunque sia impossibilitato a raggiungere un’attività di alimentari. Inoltre continua la consegna delle mascherine, sia a domicilio che con ritiro in sede.

Continua anche la raccolta della spesa solidale. Tutte le sere i volontari si recano nei supermercati che hanno dato disponibilità e ritirano le donazioni dei clienti.

Inoltre è stato previsto anche il servizio di consegna della modulistica necessaria a richiedere i buoni spesa forniti dal Comune di Atripalda, data l’apertura di un nuovo termine per la riscossione degli stessi. Il servizio sarà attivo anche la prossima settimana.

Quella che ci apprestiamo ad affrontare da domani sarà la prima settimana della cosiddetta “fase 2”. Ciò non vuol dire, però, che dal 4 maggio si arresteranno le attività della Protezione Civile. Noi volontari saremo sempre impegnati e pronti a fornire un piccolo ma valido aiuto per la nostra comunità.

Appuntamento alla prossima settimana!