Accadde oggi

Con il cuore a Beirut: non solo uno slogan

Stiamo assistendo ad un dramma. Non ci sono parole per descrivere le immagini che arrivano da Beirut. Non parliamo solo dei video e delle foto dell’esplosione in se, che hanno ricordato a tutti le foto dell’esplosione di Hiroshima vissuta, per fortuna, solo attraverso i libri di storia, ma delle importanti conseguenze che subirà la popolazione libanese (non libica, attenti alla geografia).

Il Libano, già devastato dalla crisi economica e dalla pandemia che caratterizza questo 2020, dopo l’esplosione di Beirut vede sparire il principale centro commerciale del Paese. E’ importante sottolineare che dal porto della capitale transita, ogni anno, circa l’80% del grano importato dal Libano.

Inoltre mentre aspettiamo di capire cosa sia effettivamente accaduto ieri, mettendo da parte le congetture e aspettando di commentare la realtà, si continuano a contare le tante, troppe, vittime di questa tragedia.

Proviamo ad esprimere la nostra piena solidarietà al popolo libanese, consapevoli che non basterà essere “con il cuore a Beirut”. Sono infatti necessari degli interventi decisi da parte di tutta la comunità internazionale.

L’Italia non sia indifferente, ma tenda la mano. Beirut non ha bisogno degli slogan.

Sono morti invano? Dipende da noi

Molto spesso, quando parliamo della strage di Capaci, ci dimentichiamo che da quel cratere sull’autostrada A29 è iniziato un percorso di memoria che ha coinvolto sempre più voci nel corso degli anni.

Nel 1992 la mafia ha voluto attaccare lo stato nella sua interezza, chiudendo bocche ma non idee.

La tempistica delle stragi risulta infatti fondamentale: era necessario ostacolare la ‘trattativa’ tra gli uomini delle istituzioni e quelli di Cosa Nostra.

L’obiettivo era dare un segnale di forza, di supremazia del potere mafioso su quello statale. La contezza del potere che esercitava uno “Stato parallelo’’  si affiancava ad una nuova visione: la consapevolezza che quello “Stato” potesse essere smantellato. Tantissime vite erano state sacrificate. Era necessario trovare un sistema alternativo che fronteggiasse il fenomeno mafioso.

Dopo ventotto anni dalla strage, le parole per raccontare quello che un evento di tale portata abbia comportato potrebbero essere superflue. Non altrettanto superflua, però, dovrebbe essere la memoria quotidiana del sacrificio di vite umane, attraverso il costante impegno delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.

Ad oggi, ci troviamo in una situazione emergenziale che ha richiesto sforzi incommensurabili in tutti i campi, portando alla luce non poche difficoltà ed errori. Primo fra tutti, la vicenda relativa alla concessione di misure alternative alla detenzione intra moenia per garantire al detenuto una più sicura espiazione della pena, nel rispetto delle misure sanitarie di contrasto al Covid-19.

Appare superfluo sottolineare come la questione possa essere particolarmente delicata.

Da un lato l’opinione pubblica, che appare in fermento. Dall’altro una disposizione forse non troppo chiara, accompagnata da una negligenza del DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha reso il tutto ancora più discutibile.

Non mi dilungo sulla vicenda, poiché il raffronto con le disposizioni normative sarebbe estremamente necessario, anche per dimostrare come effettivamente, in particolari condizioni di salute, la normativa vigente prevede già la possibilità di beneficiare di tali misure.

La questione è ovviamente un’ altra.

 Quanto e fino a che punto possiamo permettere che l’emergenza sanitaria crei un precedente sulla fruibilità di tali benefici penitenziari?

 Quanto e fino a che punto deve estendersi il bilanciamento tra diritti costituzionalmente rilevanti : giustizia o salute?

Quanto e fino a che punto possiamo permetterci che detenuti al 41-bis possano usufruire di benefici penitenziari a dispetto della condanna a loro carico per taluno dei delitti che hanno reso necessario un regime penitenziario “duro’’ ?

Ricordiamo che l’art 41-bis è stato introdotto all’indomani delle stragi di Capaci e via d’Amelio.

Si palesava la necessità di introdurre un regime più severo, sebbene poco garantista dei diritti del detenuto, nei confronti di chi si fosse macchiato di reati connessi alla criminalità organizzata(e non solo).

Era una risposta di giustizia alla memoria di  Uomini e Donne che hanno dato la loro vita per questa battaglia.

Ad oggi la risposta che diamo qual è?

Asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Se vi mostrassi un circuito in asfalto con una piazzola verde al centro pensereste ad una pista per Go-kart, non di certo ad un Parco Comunale.

Cercando sulla Treccani la parola “Parco” giungiamo a questa definizione: “Ampio tratto di terreno, generalmente boscoso e spesso recintato, destinato a usi particolari, oppure terreno di una certa estensione piantato ad alberi ornamentali, con vaste zone a prato o a giardino, destinato a svago e passeggio.”

Definizione non molto conforme a quello che è diventato il “Parco delle Acacie” di Atripalda dopo i lavori post lockdown. Non urliamo certo al danno ambientale, ma certamente cementare un parco, anche solo a livello simbolico, non è proprio una svolta in senso “green”, come spesso avevamo auspicato per il nostro Comune.

Ma perché asfaltare il Parco? Per favorire lo spostamento del mercato all’interno del parco e per fare economia sui lavori di manutenzione? Qualsiasi sia la motivazione dell’amministrazione comunale non ci vede d’accordo, perché asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Inoltre, il dissenso su tale scelta, presa da chi amministra senza confrontarsi in alcun modo con la cittadinanza (comitato di quartiere), ci mostra ancora una volta come la democrazia non vada esercitata solo ogni 5 anni con le votazioni comunali. I cittadini vanno interpellati ogni giorno con tutti i mezzi che ci mette a disposizione lo statuto comunale e non solo. Renderli partecipi maggiormente della vita amministrativa potrebbe essere un grande passo in avanti.

Dopo tale intervento di manutenzione, sembra assurdo parlare di aria pulita, e quindi delle centraline, di piste ciclabili e di spazi verdi e culturali (puoi leggere qui le nostre proposte). Sembra assurdo ma continueremo in questa direzione, anche andando controvento, e non sarà certo questo episodio a frenarci. Anzi. Proseguiremo e lo faremo in maniera più pressante, in modo che la nostra voce arrivi sempre più forte a chi di dovere.

Speriamo che in futuro le cose vadano diversamente, per adesso non ci resta che piangere sul catrame versato.

2009-2020: il 6 Aprile di un volontario, da L’Aquila ad Atripalda

Ad 11 anni da quel tragico evento, vogliamo ricordare il terremoto che il 6 aprile 2009 colpì L’Aquila e diverse comunità limitrofe, causando oltre 300 vittime e una devastazione sconcertante agli occhi di molti. Ma vogliamo farlo a modo nostro, ovvero riavvolgendo il nastro di quei ricordi attraverso gli occhi di un volontario. Uno della straordinaria squadra di Atripalda Solidale, che si sta impegnando nella Protezione Civile di Atripalda, ma che 11 anni fa non si è tirato indietro e, senza pensarci due volte, è partito alla volta dell’Abruzzo per fornire un prezioso ausilio ad una popolazione distrutta dal sisma. Lui è Massimiliano Strumolo, che ringrazio per la disponibilità. 

Una delle tende allestite da Misericordie d’Italia sul luogo del sisma del 2009.

Massimiliano, cosa ti ha spinto a lasciare momentaneamente famiglia e affetti e partire alla volta dei territori colpiti dal terremoto del 2009?

Vi ringrazio, prima di tutto, di avermi dato l’opportunità di poter essere testimone di quanto grande è il cuore dei volontari. Io per la mia età ho avuto l’occasione di vivere la nascita del volontariato e soprattutto della protezione civile (così come oggi la intendiamo) in Irpinia negli anni 80. Volontariato conosciuto soprattutto grazie alla presenza dei soccorritori delle Misericordie d’Italia durante il sisma dell’ottanta. E proprio in quella associazione, nata ad Atripalda grazie ad un manipolo di persone che non volevano stare con le mani in mano, ho prestato il mio tempo libero. Dico prestato e non donato perché ogni qualvolta un’emergenza ha richiesto la mia o altrui disponibilità, ritornavi sempre con una esperienza difficilmente raccontabile. Sentirsi utile a chi in quel momento ha solo gli occhi lucidi per chiederti un aiuto, ripaga più di ogni moneta o medaglia.

Precisamente dove eri diretto? E quali compiti svolgevi?

Con la Misericordia di Atripalda, allertata dalla Prefettura di Avellino, ci recammo a una decina di km da L’Aquila, per la precisione nella periferia di Bazzano, con cucina mobile, 1 mezzo di polisoccorso, 1 furgone e 1 autoveicolo fuoristrada. Il nostro gruppo gestiva la mensa (magazzino, preparazione e distribuzione pasti per circa 200 persone) della tendopoli realizzata dall’esercito in quella località. 

Quando ci fu il sisma, avevo solo 10 anni, ma le immagini che riempivano i tg di quei giorni sono ancora impresse nella mia memoria, e credo che mai andranno via. Qual è stata la tua prima reazione una volta giunto in Abruzzo?

Ti giravi intorno e le macerie erano l’unico panorama che il tuo occhio riusciva a scrutare, la sensazione al tuo arrivo era semplicemente di impotenza, ti rendevi conto che nulla puoi contro la forza della natura. Ma è stato solo un attimo, alla preparazione del primo pasto ti sentivi, ormai, parte integrante di quella comunità, quella bella sensazione di sentirsi come loro vecchi amici, come il loro vicino di casa che allunga la mano per dare un aiuto. Un pò come quella sensazione che oggi sentiamo quando risuona l’inno italiano dai balconi.

Quanto tempo sei rimasto in Abruzzo? E come si articolava la tua giornata di volontariato?

Sono rimasto per un turno di 8 giorni, la giornata era assolutamente piena. Sveglia all’alba (ma le scosse ti tenevano sveglio tutta la notte), preparazione della colazione, verifica inventario del magazzino per le derrate alimentari, preparazione del pranzo, pomeriggio a disposizione del servizio logistico dei vigili del fuoco e infine preparazione della cena. Un bellissimo ricordo che ho riguarda il sabato prima di andare via. Preparammo un pranzo di nozze per una coppia che decise comunque di convolare a nozze e di trasmettere in tal modo un segnale di speranza. Uno dei pomeriggi a disposizione dei vigili del fuoco effettuammo due interventi di recupero suppellettili a Paganica e a L’Aquila. 

È passato tantissimo tempo, ma ancora molte strutture de L’Aquila sono fatiscenti e le ex zone rosse fanno ancora fatica a riprendere la normalità. Sei tornato nei luoghi nei quali hai prestato volontariato? 

No non ne ho avuta l’occasione, sono passati 11 anni ma vorrei che passasse ancora qualche anno prima di ritornarci. Vorrei in quel caso che la mente abbia ormai ricordi sfuocati e che L’Aquila che troverò, mi riempia gli occhi solo della sua enorme bellezza.

Eri un bambino, ma certamente hai vissuto la tragedia del terremoto del 1980 che distrusse intere città a pochi chilometri da Atripalda. Cosa ricordi di quei giorni di novembre? 

Avevo 10 anni allora…Erano appena passati quegli interminabili 90 secondi, un lasso di tempo che scopri, in momenti come quello, essere incredibilmente lungo. Secondi che lasciano un segno indelebile come una piccola cicatrice.

La realizzazione di essere sopravvissuto a quell’evento non è molto chiara subito dopo, ma l’unico sentimento che ti assale è quello dello smarrimento. Non sai dove ti trovi, non sai cosa fare e soprattutto cerchi di trovare con lo sguardo chi ti sta accanto per condividere con esso le tue paure. L’abbraccio con i componenti della mia famiglia presenti in casa era stato ancora più forte, più pieno di sentimenti contrastanti rispetto al normale.

Ci sono voluti minuti per riorganizzare un minimo di idee e volgere l’attenzione ad abbandonare la casa e le proprie cose per iniziare un periodo di totale incertezza. Avresti voluto subito che qualcuno ti tendesse la mano. Ed è forse per questo che senti forte il dovere di prestare la tua opera nei servizi di volontariato. 

4 volontari al lavoro: Massimiliano e Sabatino Strumolo, Francesco Capone e Andrea Lombardi

Esattamente 11 anni dopo il sisma abruzzese, ti ritrovi nuovamente nelle vesti di volontario nella tua città per essere d’aiuto alla popolazione nella lotta al Covid-19. Tantissimi giovani, molti neomaggiorenni, hanno deciso di scendere in strada, con molto coraggio, per aiutare le fasce più deboli di Atripalda, dal punto di vista fisico a quello economico. Tra questi ragazzi troviamo anche tuo figlio. Cosa ti senti di dire a tutti loro?

Una emergenza strana, unica e senza precedenti, dove l’esperienza maturata può servirti solo nella fase di organizzazione dei volontari. I ragazzi che ho trovato con Atripalda Solidale è la dimostrazione che questi giovani rappresentano la speranza di un futuro roseo. Guardarli e sentirli continuamente collegati via telematica per attuare nel miglior modo possibile le disposizioni del Centro Operativo Comunale è un orgoglio, un orgoglio italiano e se tra questi c’è anche mio figlio, mi si consenta di dire che ho seminato bene. Grazie…

Grazie a te per questa ricca intervista, ed alla prossima, sperando di poter raccogliere il pensiero delle persone dal vivo, e non mediante l’uso di dispositivi elettronici. A prestissimo, ne sono certo!

DIARIO DEL VOLONTARIO: 2° SETTIMANA

Caro diario,

oggi ci ritroviamo per raccontarti della seconda settimana dell’attività di volontariato del gruppo ATRIPALDA SOLIDALE  presso la Protezione Civile.

La scorsa settimana abbiamo parlato di “rodaggio”; ora si è passati all’azione. Diverse sono state le chiamate da parte dei nostri concittadini, tutte evase in maniera celere. I volontari hanno consegnato i prodotti richiesti, sempre nel rispetto delle disposizioni di sicurezza previste.

Ma l’impegno non si è fermato qui: già nei giorni scorsi era stata attivata la “spesa solidale”, per essere di vero aiuto ai fortemente bisognosi. Siamo felici di constatare come la stragrande maggioranza dei supermercati interpellati ha risposto in maniera positiva. Infatti i nostri volontari hanno raccolto una importante quantità di beni alimentari; di ciò non possiamo che essere grati alla popolazione atripaldese per la solidarietà dimostrata. Si potrebbe pensare ad impegnare alcuni dei volontari nella promozione della “spesa solidale” per incentivare tutti ad aiutare gli altri con un piccolo gesto.

Altra azione importante è stata la consegna delle mascherine ad alcuni anziani che ne avevano fatto richiesta; la speranza è di poterne fornire altre nei prossimi giorni, ovviamente prediligendo chi ne ha un’occorrenza maggiore.

Abbiamo, inoltre, segnato in maniera netta il divieto di uscire di casa senza comprovate necessità. Questo con la delimitazione delle panchine, oggetto di alcune segnalazioni da parte della cittadinanza.

Altro compito per i volontari consiste nel sostegno all’organizzazione per l’attività di riscossione delle pensioni all’ufficio postale centrale, che, come noto, è stata scaglionata per evitare assembramenti.

Continuiamo insieme e con grande responsabilità  a vivere questi giorni senza mai lasciarci prendere dallo sconforto, ma iniziando a costruire con speranza e solidarietà il mondo che ci aspetta . Vi lasciamo con le parole di Papa Francesco, un uomo che ieri sembrava solo contro la tempesta ma che aveva il sostegno di tutti noi.

“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci  a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo.”

Papa Francesco

Noemi, Antonio, Massimiliano, Aishling, Sabatino, Luca, Oscar, Federico, Gerardo, Cosma, Sabino, Guido, Paola, Francesco, Carmine, Antonio Pio, Andrea, Elvira, Francesco, Antonio e Angelo.