Accadde oggi

Terremoto dell’Irpinia: le due facce della solidarietà

Il 23 novembre di 40 anni fa si verificava quella che da molti è considerata la più grande catastrofe dell’Italia repubblicana. In 90 interminabili secondi, una scossa di terremoto di magnitudo M 6,9 rade al suolo intere città. Uno spaventoso sisma, avvertito praticamente in tutto il territorio italiano. Il bilancio sarà tragico, con 2914 vittime ufficialmente registrate, 8848 feriti ed oltre 280000 sfollati.

In una insolitamente calda sera di fine novembre, l’Irpinia cambia completamente volto. Tantissime sono le immagini di devastazione che conserviamo oggi come testimonianze. Appare ancora oggi emblematica la prima pagina del quotidiano “Il Mattino”, addirittura ripresa dall’artista Andy Warhol, anch’egli sconvolto dalle immagini del sisma.

Anche chi, come me, non era ancora nato nel 1980, è conscio di cosa ha rappresentato il terremoto del 23 novembre di 40 anni fa. Non esisteva una “macchina dei soccorsi“, come la conosciamo oggigiorno. Non era ancora nata la Protezione Civile e non erano stati ancora ideati i moderni mezzi attualmente a disposizione dei soccorritori.

Da sottolineare è l’enorme ritardo nella gestione dell’emergenza. Probabilmente ancora suonano fortissime le parole dell’allora Capo di Stato, Sandro Pertini. Il Presidente, di ritorno dalle aree terremotate, denunciò la situazione, portando sgomento nell’opinione pubblica. Quelle dure parole portarono all’immediata rimozione del prefetto di Avellino, Lobefalo, e alle dimissioni, poi respinte del Ministro dell’Interno, Rognoni.

Il discorso alla nazione di Pertini portò ad una consistente mobilitazione di volontari. Tantissime sono le testimonianze di giovani e meno giovani che hanno lasciato le loro abitazioni per recarsi in Irpinia. Per essere solidali verso una comunità ferita.

La visita del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nei luoghi del sisma

Il giorno successivo il sisma, viene nominato Commissario all’emergenza Giuseppe Zamberletti, allora deputato per la Democrazia Cristiana e già incaricato della gestione dell’emergenza in Friuli, a seguito del terremoto del 6 maggio 1976.

Manifestazioni di solidarietà giunsero anche dall’estero, addirittura da oltre Oceano. Molti Stati contribuirono, con donazioni economiche, fornitura di materiali e invio di personale, allo svolgimento delle operazioni di soccorso.

Ma il sisma dell’Irpinia è tristemente ricordato anche per l’abuso del termine solidarietà. Il riferimento è alla gestione della fase di ricostruzione post-sismica. Da un iniziale stanziamento di circa 8000 miliardi di vecchie lire, si è giunti alla mostruosa cifra di 60000 miliardi. Secondo il giornalista Rizzo, si potrebbe “attualizzare” la cifra intorno ai 66 miliardi di Euro. L’equivalente di 3 leggi di bilancio.

Si iniziarono a coniare termini come Irpiniagate, come “Mani sul terremoto”. Negli anni 90, si istituì una Commissione parlamentare d’inchiesta, e la relazione finale della Corte dei Conti sui fondi post-sisma parlerà di «superficialità degli accertamenti e assenza di idonee verifiche».

Oggi, 23 novembre 2020, siamo nel mezzo di un’altra emergenza, che coinvolge tutto il mondo. Nell’affrontarla, è doveroso ricordare lo spirito di sacrificio e di solidarietà delle persone che hanno aiutato a scavare tra le macerie. O di quelle che hanno donato qualcosa per aiutare un connazionale in difficoltà.

Ma è necessario ricordare anche la mangiatoia che è diventata l’emergenza terremoto, sulla quale tanti hanno voluto, in molti casi riuscendovi, a mettere le mani.

Non facciamo come 40 anni fa. Possiamo ripartire, più forti ed insieme. Si può contribuire alla rinascita e allo sviluppo delle nostre comunità.

Basta solo essere pronti ad affrontare le sfide che ci troveremo dinanzi, una volta usciti dalla complessa emergenza Covid-19.

Liliana Segre. Auguri Senatrice.

La testimonianza e il coraggio di Liliana Segre sono un esempio per IDEA Atripalda. Da sempre ci colpiscono le sue parola forti e nitide dirette a quelle che sono i suoi “nipoti ideali”, perché non si perdano mai i diritti ed il rispetto delle persone. Perché mai più si decida di navigare nel mare dell’indifferenza.

La Senatrice Segre nel 1938 aveva solo 8 anni quando per colpa delle leggi razziali venne espulsa da scuola perché ebrea. Lo seppe pochi giorni prima di compiere otto anni.

Suo padre Alberto, il 5 settembre del 38 le lesse il regio decreto-legge n.1390. L’art. 2 recitava  “Alla legge di qualsiasi ordine e grado, a cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica”.

Nel dicembre del 43 venne arrestata e poco dopo cominciò la sua deportazione, che la portò fino ad Auschwitz, per poi tornare a Milano solo nell’agosto del 1945.

La Segre da allora combatte ogni giorno il razzismo e l’indifferenza in tutte le sue forme e le sue articolazioni. La sua nomina a Senatrice a Vita da parte del Presidente Mattarella resta per noi una delle decisioni più belle che si potessero compiere, una nomina non simbolica, ma con la precisa volontà di voler abbattere il muro dell’indifferenza.

Oggi l’attuale Senatrice a vita compie 90 anni e noi, come sempre, restiamo dalla sua parte.

Per costruire insieme una società migliore.

Auguri Senatrice Segre.

Con il cuore a Beirut: non solo uno slogan

Stiamo assistendo ad un dramma. Non ci sono parole per descrivere le immagini che arrivano da Beirut. Non parliamo solo dei video e delle foto dell’esplosione in se, che hanno ricordato a tutti le foto dell’esplosione di Hiroshima vissuta, per fortuna, solo attraverso i libri di storia, ma delle importanti conseguenze che subirà la popolazione libanese (non libica, attenti alla geografia).

Il Libano, già devastato dalla crisi economica e dalla pandemia che caratterizza questo 2020, dopo l’esplosione di Beirut vede sparire il principale centro commerciale del Paese. E’ importante sottolineare che dal porto della capitale transita, ogni anno, circa l’80% del grano importato dal Libano.

Inoltre mentre aspettiamo di capire cosa sia effettivamente accaduto ieri, mettendo da parte le congetture e aspettando di commentare la realtà, si continuano a contare le tante, troppe, vittime di questa tragedia.

Proviamo ad esprimere la nostra piena solidarietà al popolo libanese, consapevoli che non basterà essere “con il cuore a Beirut”. Sono infatti necessari degli interventi decisi da parte di tutta la comunità internazionale.

L’Italia non sia indifferente, ma tenda la mano. Beirut non ha bisogno degli slogan.

Sono morti invano? Dipende da noi

Molto spesso, quando parliamo della strage di Capaci, ci dimentichiamo che da quel cratere sull’autostrada A29 è iniziato un percorso di memoria che ha coinvolto sempre più voci nel corso degli anni.

Nel 1992 la mafia ha voluto attaccare lo stato nella sua interezza, chiudendo bocche ma non idee.

La tempistica delle stragi risulta infatti fondamentale: era necessario ostacolare la ‘trattativa’ tra gli uomini delle istituzioni e quelli di Cosa Nostra.

L’obiettivo era dare un segnale di forza, di supremazia del potere mafioso su quello statale. La contezza del potere che esercitava uno “Stato parallelo’’  si affiancava ad una nuova visione: la consapevolezza che quello “Stato” potesse essere smantellato. Tantissime vite erano state sacrificate. Era necessario trovare un sistema alternativo che fronteggiasse il fenomeno mafioso.

Dopo ventotto anni dalla strage, le parole per raccontare quello che un evento di tale portata abbia comportato potrebbero essere superflue. Non altrettanto superflua, però, dovrebbe essere la memoria quotidiana del sacrificio di vite umane, attraverso il costante impegno delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.

Ad oggi, ci troviamo in una situazione emergenziale che ha richiesto sforzi incommensurabili in tutti i campi, portando alla luce non poche difficoltà ed errori. Primo fra tutti, la vicenda relativa alla concessione di misure alternative alla detenzione intra moenia per garantire al detenuto una più sicura espiazione della pena, nel rispetto delle misure sanitarie di contrasto al Covid-19.

Appare superfluo sottolineare come la questione possa essere particolarmente delicata.

Da un lato l’opinione pubblica, che appare in fermento. Dall’altro una disposizione forse non troppo chiara, accompagnata da una negligenza del DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha reso il tutto ancora più discutibile.

Non mi dilungo sulla vicenda, poiché il raffronto con le disposizioni normative sarebbe estremamente necessario, anche per dimostrare come effettivamente, in particolari condizioni di salute, la normativa vigente prevede già la possibilità di beneficiare di tali misure.

La questione è ovviamente un’ altra.

 Quanto e fino a che punto possiamo permettere che l’emergenza sanitaria crei un precedente sulla fruibilità di tali benefici penitenziari?

 Quanto e fino a che punto deve estendersi il bilanciamento tra diritti costituzionalmente rilevanti : giustizia o salute?

Quanto e fino a che punto possiamo permetterci che detenuti al 41-bis possano usufruire di benefici penitenziari a dispetto della condanna a loro carico per taluno dei delitti che hanno reso necessario un regime penitenziario “duro’’ ?

Ricordiamo che l’art 41-bis è stato introdotto all’indomani delle stragi di Capaci e via d’Amelio.

Si palesava la necessità di introdurre un regime più severo, sebbene poco garantista dei diritti del detenuto, nei confronti di chi si fosse macchiato di reati connessi alla criminalità organizzata(e non solo).

Era una risposta di giustizia alla memoria di  Uomini e Donne che hanno dato la loro vita per questa battaglia.

Ad oggi la risposta che diamo qual è?

Asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Se vi mostrassi un circuito in asfalto con una piazzola verde al centro pensereste ad una pista per Go-kart, non di certo ad un Parco Comunale.

Cercando sulla Treccani la parola “Parco” giungiamo a questa definizione: “Ampio tratto di terreno, generalmente boscoso e spesso recintato, destinato a usi particolari, oppure terreno di una certa estensione piantato ad alberi ornamentali, con vaste zone a prato o a giardino, destinato a svago e passeggio.”

Definizione non molto conforme a quello che è diventato il “Parco delle Acacie” di Atripalda dopo i lavori post lockdown. Non urliamo certo al danno ambientale, ma certamente cementare un parco, anche solo a livello simbolico, non è proprio una svolta in senso “green”, come spesso avevamo auspicato per il nostro Comune.

Ma perché asfaltare il Parco? Per favorire lo spostamento del mercato all’interno del parco e per fare economia sui lavori di manutenzione? Qualsiasi sia la motivazione dell’amministrazione comunale non ci vede d’accordo, perché asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Inoltre, il dissenso su tale scelta, presa da chi amministra senza confrontarsi in alcun modo con la cittadinanza (comitato di quartiere), ci mostra ancora una volta come la democrazia non vada esercitata solo ogni 5 anni con le votazioni comunali. I cittadini vanno interpellati ogni giorno con tutti i mezzi che ci mette a disposizione lo statuto comunale e non solo. Renderli partecipi maggiormente della vita amministrativa potrebbe essere un grande passo in avanti.

Dopo tale intervento di manutenzione, sembra assurdo parlare di aria pulita, e quindi delle centraline, di piste ciclabili e di spazi verdi e culturali (puoi leggere qui le nostre proposte). Sembra assurdo ma continueremo in questa direzione, anche andando controvento, e non sarà certo questo episodio a frenarci. Anzi. Proseguiremo e lo faremo in maniera più pressante, in modo che la nostra voce arrivi sempre più forte a chi di dovere.

Speriamo che in futuro le cose vadano diversamente, per adesso non ci resta che piangere sul catrame versato.