Atripalda solidale

Il livello di guardia a seguito dell’aumento dei casi di contagio da corona virus va alzato, il governo ha approvato un decreto restrittivo per la Lombardia ed altre 11 province, la intempestiva fuga di notizie in merito ha generato un fuggi fuggi generale di molti cittadini verso le rispettive zone di origine e questo potrà essere fonte di ulteriore criticità aggiungendosi all’aumento dei casi riscontrati nella nostra provincia in queste ore.

A fronte del quadro peggiorativo della situazione, reputiamo sia opportuno suggerire al sindaco l’attivazione di una RETE DI VOLONTARI, usufruendo delle organizzazioni del territorio, per gestire al meglio le esigenze della cittadinanza.

Reputiamo debba essere messo in atto un piano rivolto ad anziani, disabili ed eventuali soggetti sottoposti a quarantena, per la spesa alimentare e farmacologica attraverso la protezione civile e i volontari presenti sul territorio, permettendo di soddisfare esigenze primarie di soggetti più vulnerabili o sottoposti a restrizioni.

Diamo la piena disponibilità nel collaborare attivamente in fase organizzativa e realizzativa, tramite anche le strutture comunali come il centro operativo o ogni altro strumento che l’amministrazione ritenga opportuno.

“How dare you?”. L’emergenza climatica ad Atripalda

Oggi, 27 settembre, milioni di giovani di tutto il mondo hanno risposto con forza all’appello lanciato da Greta Thumberg. Il terzo Global Strike ha visto giovani e meno giovani di 160 Paesi del mondo manifestare in difesa del pianeta.

IDEA Atripalda al Climate Strike di Avellino

Anche Atripalda ha visto una grande partecipazione all’evento, con decine di ragazzi dell’Istituto Comprensivo “De-Amicis-Masi” che hanno popolato Piazza Umberto I e le principali vie cittadine di speranza verso il futuro.

Siamo felici per l’ottima riuscita della manifestazione, ma anche consci che l’allarme lanciato dai bambini atripaldesi non deve cadere nel dimenticatoio.

E’ il tempo di passare dalle parole ai fatti. A ragione di ciò chiediamo al Comune di Atripalda di dichiarare l’emergenza climatica. Proprio nella giornata di ieri Avellino ha fatto questo importante passo. Anche Atripalda deve fare la sua parte.

Al governo cittadino chiediamo un’azione di buon senso e di grande comprensione del momento storico che stiamo vivendo. Salviamo il nostro futuro, siamo ancora in tempo!

Caro Presidente Mattarella

Caro Presidente Mattarella,

Le scriviamo con profonda stima, sia personale che istituzionale. Non sta di certo a noi dirlo, ma abbiamo gradito la sua posizione su più tematiche delicate. Proprio per questo vogliamo mostrarle le nostre preoccupazioni.

Questa pandemia ci ha sicuramente portato all’attenzione alcuni paradossi con cui conviviamo, un Paese in cui sono così poche le persone che hanno così tanto, e così tante le persone che hanno così poco. Un Paese in cui l’emergenza climatica si limita ad essere la preoccupazione di alcuni e non un allarme condiviso. Un Paese in cui la lotta alla mafia ed alla corruzione vengono usate come spot sulla pelle delle vittime innocenti e delle loro famiglie. Un Paese in cui i cd. “Decreti Sicurezza” sono giustificati nonostante la radicata matrice razzista.

Siamo molto preoccupati per il nostro Paese. Non a caso le inviamo questa lettera il 2 Giugno, in quella che è la Festa della Repubblica, giornata che dovrebbe unire tutto il popolo italiano e che invece viene utilizzata in maniera strumentale da personaggi che indossano un bel vestito.

L’Italia dovrebbe essere di un bambino preoccupato per la sua pagella, dei commercianti in ginocchio, di chi è stato male guardando le immagini di Capaci e Via d’Amelio, di chi ricorda la sua infanzia in bianco e nero, di chi la pensa con malinconia, di chi ha subito violenza, di chi riesce a sognare nonostante tutto. Presidente, l’Italia dovrebbe essere così: di tutti e tutte. Ma restiamo con i piedi per terra e siamo, tristemente, consapevoli che c’è chi si nasconde dietro le sofferenze e le paure degli italiani.

Siamo certi che se leggerà queste nostre parole, sarà ancora una volta puntuale nel farsi garante di tutti e tutte noi.

Auguri Presidente e Felice 74esima Festa della Repubblica Italiana.

Ultima pagina di diario. 10° SETTIMANA

Caro diario,

oggi si chiude la decima settimana della nostra attività di volontariato. L’ultima che racconteremo, sperando di non dover più vivere delle giornate come quelle di Marzo ed Aprile.

Non volevamo lasciare questa ultima pagina in bianco, ma volevamo ancora una volta farvi vivere con una narrazione diversa quanto abbiamo vissuto. I nostri visi erano nascosti da una mascherina ma vi assicuriamo che dietro di questa c’era un sorriso che voleva che nessuno venisse lasciato indietro.

Tutto è iniziato per amore e responsabilità.

Ho deciso di fare servizio perchè penso che ognuno di noi abbia il dovere di rendersi utile. Ogni giorno dovremmo trovare dei momenti per aiutare chi ha più bisogno. Sicuramente in questo periodo l’occasione giusta è stata quella di dare vita ad un gruppo di volontari e di vivere insieme tutto ciò. Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe.

Aishling Divito

I nostri occhi erano attenti dietro la mascherine.

Ho deciso di mettere da parte la paura e di incontrare occhi bisognosi, impauriti, speranzosi e pieni di rabbia. Ho osservato la situazione cambiare dietro una mascherina, la quale mi copriva fin sotto gli occhi. Mi sono confrontata con una realtà che non conoscevo, una realtà che pensavo essere distante da me, in cui è difficile essere un bambino spensierato e sono stata felice di aver regalato loro un sorriso dando un semplice uovo di cioccolato. Ho letto, negli occhi di alcune persone, il timore di non poter sfamare i propri figli e la soggezione di chiedere del cibo a voce bassa; lì mi sono sentita impotente e piccola perché la parte burocratica, a cui tener conto, impediva di poter vedere quelle persone andar via con un pacco alimentare tra le mani e ho realizzato quanto questa situazione di blocco, sia sociale sia lavorativo, avrebbe avuto delle conseguenze profonde. Ho percepito il disagio degli anziani che avevano bisogno della spesa, la loro incomprensione quando comunicavamo che dovevano prenderla solo dopo che i volontari si erano allontanati.
Ho provato un frullato di emozioni, le quali mi hanno accompagnato in quest’esperienza di circa due mesi. Un’esperienza che custodirò con cura, nella quale comprendi che la vita non è uguale per tutti, che sei privilegiato anche se hai solo la possibilità di permetterti di mettere un pasto caldo sulla tua tavola e che esiste un’Italia che si è rimboccata le maniche e che non si è mai fermata.

Paola Argenziano

Abbiamo imparato a vedere le cose diversamente.

All’inizio di questa situazione, tra le tante difficoltà incontrate, la cosa che non riuscivo a sopportare era il dover restare con le mani in mano. Mi sono affannata i primi giorni a proporre qualcosa, a cercare qualche iniziativa o semplicemente qualcuno che avesse le mie stesse intenzioni. Finché non ho trovato il modo per rimboccarmi le maniche.
Dovendo tirare le somme, adesso che la situazione si è conclusa (tra milioni di virgolette), oltre alla gioia di aver potuto concorrere in minima parte alla sicurezza della mia città, penso resterà sempre con me anche una sensazione di rabbia mista a tristezza. “Siamo tutti sulla stessa barca ma evidentemente siamo su barche disuguali”. Tastare con mano questa disuguaglianza e dover sottostare a mille burocrazie prima di poter assicurare ad una famiglia il cibo in tavola è una cosa disumana.
Forse il mio è un pensiero anche un po’ superficiale, ma sono io ad esser fatta così. Prima tendo la mano e poi faccio domande, ma spesso mi rendo conto sia più comodo fare il contrario.
Se questa situazione ci ha reso persone migliori lo dirà il futuro, si spera un futuro più solidale e comprensivo.

Elvira Bruschi

Sono le difficoltà a renderti migliore.

Ho iniziato la mia attività di volontariato ben consapevole che ci sarebbero state delle difficoltà. L’emergenza in cui siamo stati catapultati era nuova per tutti, perciò credo che fosse impensabile ritenere di poterla affrontare sicuri che fosse andato tutto liscio. Mentirei se dicessi che gli ostacoli che abbiamo trovato nella nostra azione di volontari siano stati solo piccoli intoppi che non ci hanno dato pena. Purtroppo, l’essere impreparati (tutti) ad una situazione del genere ha sicuramente denotato difficoltà logistiche e organizzative, derivanti esclusivamente dal cercare di assicurare, al meglio e a tutti, i servizi necessari in questi momenti. Altro ostacolo è sicuramente stato l’impossibilità di avere forte voce in capitolo, forse perché “semplici volontari”. Credo che ciò abbia rappresentato uno degli impedimenti peggiori. Fare esperienze dirette sulla propria pelle e non poter prendere parte ai processi decisionali è stato difficile.
In ultima analisi, vera nota dolente, penso che l’ostacolo per eccellenza sia stata l’aridità che questo virus ha portato nei cuori della gente. Ho notato che la vera necessità fosse quella di prendersela con qualcuno anziché fare fronte comune e affrontare come una comunità questa emergenza. Purtroppo devo evidenziare un accanimento, specialmente nel periodo finale, nei confronti del corpo della Protezione Civile e di noi volontari, che non ha contribuito ad un clima di lavoro sereno, facendo sembrare, inoltre, il nostro operato manchevole nei confronti delle persone (cosa assolutamente falsa). Lavorare in queste condizioni non è stato affatto semplice, specialmente per dei ragazzi (e intendo sottolinearlo) che avevano come unico obiettivo quello di fare del bene. Con sfrontatezza affermo che comunque siamo stati bravi e che ce la siamo cavata molto bene.

Andrea Lombardi

La solidarietà va riportata al centro.

La solidarietà non è importante solo per la comunità cittadina, ma per l’intera comunità degli esseri viventi. Ognuno di questi è soggetto alla sofferenza, dal più immenso al più umile. Come esseri umani senzienti, è nostro compito alleviare la sofferenza di qualsiasi forma di essere vivente, soprattutto i nostri simili. Dicono che siamo tutti diversi, invece io dico di no, siamo tutti uguali. Ognuno di noi prova dei sentimenti. Immaginiamo la sensazione di aver bisogno di aiuto, quando l’abbiamo provata. Quel bruciore interno, misto a paura e senso di caducità. Se siamo tutti uguali, anche gli altri provano questo e quindi non possiamo fare altro che tendere quella mano che avremmo voluto ricevere noi.

Oscar Lui

Cari lettori, questa forse sarà l’ultima pagina del nostro diario, ma continueremo a costruire un mondo più solidale ogni giorno.

Noemi, Antonio, Massimiliano, Aishling, Sabatino, Luca, Oscar, Federico, Gerardo, Cosma, Sabino, Guido, Paola, Francesco, Carmine, Antonio Pio, Andrea, Elvira, Francesco, Antonio, Angelo, Fulvio, Marco, Roberto, Luca e Francesco.

Sono morti invano? Dipende da noi

Molto spesso, quando parliamo della strage di Capaci, ci dimentichiamo che da quel cratere sull’autostrada A29 è iniziato un percorso di memoria che ha coinvolto sempre più voci nel corso degli anni.

Nel 1992 la mafia ha voluto attaccare lo stato nella sua interezza, chiudendo bocche ma non idee.

La tempistica delle stragi risulta infatti fondamentale: era necessario ostacolare la ‘trattativa’ tra gli uomini delle istituzioni e quelli di Cosa Nostra.

L’obiettivo era dare un segnale di forza, di supremazia del potere mafioso su quello statale. La contezza del potere che esercitava uno “Stato parallelo’’  si affiancava ad una nuova visione: la consapevolezza che quello “Stato” potesse essere smantellato. Tantissime vite erano state sacrificate. Era necessario trovare un sistema alternativo che fronteggiasse il fenomeno mafioso.

Dopo ventotto anni dalla strage, le parole per raccontare quello che un evento di tale portata abbia comportato potrebbero essere superflue. Non altrettanto superflua, però, dovrebbe essere la memoria quotidiana del sacrificio di vite umane, attraverso il costante impegno delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.

Ad oggi, ci troviamo in una situazione emergenziale che ha richiesto sforzi incommensurabili in tutti i campi, portando alla luce non poche difficoltà ed errori. Primo fra tutti, la vicenda relativa alla concessione di misure alternative alla detenzione intra moenia per garantire al detenuto una più sicura espiazione della pena, nel rispetto delle misure sanitarie di contrasto al Covid-19.

Appare superfluo sottolineare come la questione possa essere particolarmente delicata.

Da un lato l’opinione pubblica, che appare in fermento. Dall’altro una disposizione forse non troppo chiara, accompagnata da una negligenza del DAP, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha reso il tutto ancora più discutibile.

Non mi dilungo sulla vicenda, poiché il raffronto con le disposizioni normative sarebbe estremamente necessario, anche per dimostrare come effettivamente, in particolari condizioni di salute, la normativa vigente prevede già la possibilità di beneficiare di tali misure.

La questione è ovviamente un’ altra.

 Quanto e fino a che punto possiamo permettere che l’emergenza sanitaria crei un precedente sulla fruibilità di tali benefici penitenziari?

 Quanto e fino a che punto deve estendersi il bilanciamento tra diritti costituzionalmente rilevanti : giustizia o salute?

Quanto e fino a che punto possiamo permetterci che detenuti al 41-bis possano usufruire di benefici penitenziari a dispetto della condanna a loro carico per taluno dei delitti che hanno reso necessario un regime penitenziario “duro’’ ?

Ricordiamo che l’art 41-bis è stato introdotto all’indomani delle stragi di Capaci e via d’Amelio.

Si palesava la necessità di introdurre un regime più severo, sebbene poco garantista dei diritti del detenuto, nei confronti di chi si fosse macchiato di reati connessi alla criminalità organizzata(e non solo).

Era una risposta di giustizia alla memoria di  Uomini e Donne che hanno dato la loro vita per questa battaglia.

Ad oggi la risposta che diamo qual è?

Asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Se vi mostrassi un circuito in asfalto con una piazzola verde al centro pensereste ad una pista per Go-kart, non di certo ad un Parco Comunale.

Cercando sulla Treccani la parola “Parco” giungiamo a questa definizione: “Ampio tratto di terreno, generalmente boscoso e spesso recintato, destinato a usi particolari, oppure terreno di una certa estensione piantato ad alberi ornamentali, con vaste zone a prato o a giardino, destinato a svago e passeggio.”

Definizione non molto conforme a quello che è diventato il “Parco delle Acacie” di Atripalda dopo i lavori post lockdown. Non urliamo certo al danno ambientale, ma certamente cementare un parco, anche solo a livello simbolico, non è proprio una svolta in senso “green”, come spesso avevamo auspicato per il nostro Comune.

Ma perché asfaltare il Parco? Per favorire lo spostamento del mercato all’interno del parco e per fare economia sui lavori di manutenzione? Qualsiasi sia la motivazione dell’amministrazione comunale non ci vede d’accordo, perché asfaltare un parco è come asfaltare il mare.

Inoltre, il dissenso su tale scelta, presa da chi amministra senza confrontarsi in alcun modo con la cittadinanza (comitato di quartiere), ci mostra ancora una volta come la democrazia non vada esercitata solo ogni 5 anni con le votazioni comunali. I cittadini vanno interpellati ogni giorno con tutti i mezzi che ci mette a disposizione lo statuto comunale e non solo. Renderli partecipi maggiormente della vita amministrativa potrebbe essere un grande passo in avanti.

Dopo tale intervento di manutenzione, sembra assurdo parlare di aria pulita, e quindi delle centraline, di piste ciclabili e di spazi verdi e culturali (puoi leggere qui le nostre proposte). Sembra assurdo ma continueremo in questa direzione, anche andando controvento, e non sarà certo questo episodio a frenarci. Anzi. Proseguiremo e lo faremo in maniera più pressante, in modo che la nostra voce arrivi sempre più forte a chi di dovere.

Speriamo che in futuro le cose vadano diversamente, per adesso non ci resta che piangere sul catrame versato.

Tu la conosci Claudia?

Digressioni e riflessioni in tempo di conversioni mediatiche.

I tre volti del socialismo disincantato, del sedicente pacifismo ad oltranza e della pedanteria altruistica.

Ognuno di noi, anche il più umile e modesto cittadino, spera che quel “futuro in cui tutti saranno famosi per 15 minuti” possa iniziare un domani proprio da lui. La ricerca della felicità, oggigiorno, passa proprio dal raggiungimento immediato e senza patemi d’animo della notorietà. Per questo la popolarità viene vista come possibilità di indirizzare lo stato delle cose e di esprimersi liberamente ottenendo un riscontro immediato. “In questo futuro” però la popolarità è ciclicamente più ampia. Accade sempre più spesso che vi sia una spasmodica ricerca della novità e che si passi altrettanto facilmente, senza preavviso, all’oblio.

Forse potremmo, in quanto italiani, definirci dei maestri in questa farsesca esistenzialità.

Se l’ironia romantica è proprio dei Tedeschi, l’arte della commedia farsesca invece è un lascito della nostra cultura. Possiamo trovarla in ogni angolo delle nostre città. Se ne tralasciamo la serietà della genesi, dalla grecità tutta fino alle forme della letteratura popolare romana, possiamo vedere nello sguardo dell’americanismo di Woody Allen uno squarcio di ciò che proprio in questi giorni stiamo vivendo.  In una scena di uno stranamente impalpabile to Rome with love Leopoldo (Leopoldo chi? Ma ovviamente lui), appena uscito di casa viene travolto dal notorio circolo mediatico italiano composto da giornalisti, cameraman, fan e adulatori vari. Una notorietà improvvisa lo circonda fino a limitare ogni suo spazio di manovra. In quella circostanza solo l’arrivo del suo autista, venuto dal nulla, lo libera per qualche istante dalla stretta opprimente che cerca in ogni modo di partecipare alla vita altrui.

Si dirà: è il prezzo della notorietà. Tutti vogliamo esser lui, averne il fascino, il carisma, i soldi o il potere, stargli vicino e fargli sentire il nostro affetto, condividere con lui non solo le sue emozioni ma anche le nostre. È normale, fa parte della normalità e delle cose. Ne abbiamo un qualche diritto o forse una prelazione, essendo noi che, osservando lui, lo rendiamo famoso. Ci è così familiare, un amico non certamente un estraneo. Lo conosciamo bene avendo condiviso ricordi, foto e momenti.

Per l’appunto, ci sentiamo di poter dire che la fama annulla ogni differenza. Semplicemente, per quanto vogliamo sforzarci di apparire diversi, di dire cose originali ed uniche, nulla differisce da ciò che si dice. Ognuno di noi crede di poter scegliere i propri eroi per cui patteggiare in un puro slancio di libertà. Da una parte i filo-spartani e dall’altra i filo-ateniesi.

FASE #2. Due facce della stessa medaglia

I visitatori. Michelangelo Pistoletto.

Schierarsi, prendere posizione e parteggiare, partecipando alla bagarre non è certamente utile per evitare la continua ripetizione di chiacchiere e futili discussioni mediatiche. Se lo si fa, si continua semplicemente ad alimentare la circolazione e la portata esponenziale della notizia. Non si fa altro che fare pubblicità e veicolarla, seppur ammantata – nell’intento di chi vuole opporsi alla gogna mediatica – da una certa dose di anticonformismo, guevarismo e bontà cristiana da libro cuore in chiave moderna.

Diversamente, bisognerebbe prendere le distanze, magari sforzandosi di spiegare ed analizzare i motivi profondi del malcontento. Offrire un’ipotesi articolata o almeno fare uno tenttivo per disimpegnarsi culturalmente dalla semplice riproposizione della lievità. Non basta sbandierare la difesa ad oltranza della parte offesa, con posizioni precostituite di solidarietà che magari sono anch’esse consumisticamente di moda. Anche questo è un certo malcostume: buttarsi nella contesa senza riflettere.

Tendenzialmente siamo portati a manifestare i nostri desideri di una società più equa e libera da costrizioni sociali senza però fare un passo ulteriore verso la concettualizzazione in idee, da discutere e condividere con gli altri. Perché sia profondamente erroneo ciò contro cui ci si schiera e come mai si sviluppa in modo così ampio e feroce è totalmente escluso da ogni commento. Dovrebbe essere, invece, un nostro primario compito quello di fornire gli strumenti per una discussione critica e lontana da populismi di ogni sorta; proprio perché – l’allontanamento da ogni becera contrapposizione fra noi e gli altri – è ciò speriamo di realizzare nel nostro mondo perfetto.  

Death of Marxism, Women of All Lands Unite

Tuttavia, agiamo nella direzione opposta: aumentiamo il nostro personale pantheon con nuovi idoli o con dannati contro cui scagliarsi, che di volta in volta agiscono simbolicamente, mostrando così una certa malcelata esigenza di colmare un vuoto culturale. Fagocitiamo le esperienze degli altri, le rendiamo reificabili, stampabili su una maglietta, idonei ad essere fissati sul muro, su una bandiera o su una qualsivoglia Homepage. Questo, volenti o nolenti, ci definisce socialmente per quelli che siamo. Nulla di più che degli insaziabili spettatori.

Eppure, qualcosa continua a farci pensare che bisognerebbe andare oltre la semplice costatazione della barbarie ed evitare di patteggiare per l’una o per l’altra squadra. Si tratterebbe quindi di intervenire in modo mirato solo sulle ragioni che hanno compartecipato a creare questo quadro sociale, entro cui tutti si sentono in diritto di parlare, offendere e denigrare e difendersi, senza inibizione sociale o remora alcuna. Spostare l’attenzione sui motivi e sulle ragioni, piuttosto che sugli impulsi e gli istinti da appagare, è il compito che chiunque si autodefinisca come solidale dovrebbe attuare. Certo, ma come?  Magari dicendo che questo fenomeno di distrazione di massa è alimentato dalla strutturale mancanza di una cultura critica condivisa, dovuta ad un sistematico depotenziamento di ogni istituzione sociale a cui spetterebbe il compito di formare le menti e (nel migliore delle ipotesi) gli animi dei cittadini. Dalla scuola allo sport, dagli spazi verdi ai parchi, ai musei, ai teatri ai cinema e alle associazioni persino all’azienda e alla fabbrica, i momenti di condivisione e co-responsabilità sono oramai privi di rilevanza. Perché non si studia più, non si approfondisce, non si partecipa e non si crede più in un ideale condiviso e condivisibile.

Tutto è per l’appunto uguale, facile da comprendere e quindi diffondibile. Tutto è lo stesso. Qualunque e privo di professionalità, dignità e specializzazione. Io o un altro non fa alcuna differenza. Questa crisi sociale diventa condizione materiale non solo della povertà intellettuale ma anche di quella economica che si ripete senza via d’uscita (mancando gli strumenti di analisi e comprensione di ciò che ci circonda). Nel ripresentarsi sempre sempre ugale si acuisce. Sfruttando nuovi strumenti di livellamento delle competenze come quelli che ci mettono in contatto senza però stabilire regole di responsabilità reciproca con cui interagire.

FASE #2.2. Gli effetti collaterali

La battaglia di Dogali

Da un lato si cerca però di sfruttare questo fenomeno e di renderlo a se favorevole.  Se cerchiamo in ogni modo di elevarci al di sopra delle nostre competenze non possiamo non chiedere aiuto al provincialistico personalismo. Lasciando parlare il nostro egoitismo:

  • Tutti i meriti sono personalmente miei. Tutti i demeriti invece sono lontani da ogni mia responsabilità, ma saranno oggetto della mia personale supervisione così da risolverli in prima persona, prima o poi. Con il favore di me stesso, potrei difendere da paladino ed avvocato delle vostre istanze i vostri interessi. In questo modo anche voi potrete sentirvi incaricati come me, anche se solo io posso intestarmi ogni successo. Questo perché bisogna pur mostrare a sé stessi e agli altri che proprio io sono a ricoprire la carica in questione. Per far ciò devo essere sempre sul pezzo e sempre nuove notizie sono richieste. Se non ci sono vanno anticipate, generate e sospinte. Si deve costruire di volta in volta un’attesa da colmare con minuzie e indiscrezioni. Più ampio e la risonanza mediatica e maggiore sarà la portata del mio successo.

Dall’altra però si lascia spazio a chi è più abile e capace di approfittarare mediaticamente, a chi senza remore sfrutta la spettacolarizzazione e la rivolta contro chi l’ha generata. Vanno fatti (metaforicamente) i nomi :

  • a chi non ha un freno morale agendo o contro gli altri per la propria causa, combattendo la propria guerra fatta di proiettili, tortura e propaganda
  • e di chi, trattando con quest’ultimi, nel liberare gli oppressi mostra a tutti che è la propria l’influenza quella che conta. In questo modo al primo, all’egoismo, non resta che esser collateralmente complice di un pasticcio. Finanziatore a sua insaputa.