Un viaggio in Armenia

Yerevan, capitale dell’Armenia

Quando si concretizzò l’opportunità di andare a Yerevan nel 2019 per un’esperienza universitaria, fui pervaso da un sentimento misto tra la paura di trovarmi male e l’eccitazione per un’avventura nuova e particolare.

Era la prima volta che uscivo da casa per un periodo consistente e dovevo adeguarmi ad un qualcosa che presumevo fosse diverso anche dalla cultura di altri paesi, quelli europei, che avevo già visitato.

Prima di partire ho cercato quante più informazioni possibili sull’Armenia. In particolare ricordo che lessi sul sito della Farnesina per esempio che il clima fosse rigido e che i negozi chiudessero alle 18 del pomeriggio. Dell’Armenia non si parla quasi mai, è veramente raro. È una nazione piccola, al massimo l’avrò sentita nominare qualche volta per il genocidio, o si, per i System of a Down, gruppo rock armeno – americano che ogni tanto ascolto, oppure Italia – Armenia, qualche vecchia partita di calcio. Mi sembra di ricordare che Giovinco, giocatore non proprio altissimo, contro di loro fece un gol di testa.

Mi ero dunque preparato una valigia con vestiti invernali e qualche provvista di emergenza anche se avrei dovuto affrontare i mesi di maggio e giugno.

Quando atterrai a Yerevan, ci fu un problemino col mio passaporto, mi trattennero un po’ più del dovuto alla dogana. Scoprii tempo dopo che pensavano fossi un latitante. Quando mi fu messo il timbro sul documento, fui sollevato. Osservai la sagoma rossa del monte Ararat sul passaporto con un forte senso di liberazione, anche se non del tutto sopito. Quell’iniziale episodio, fu una sorta di cattivo presagio: come avrei potuto resistere 45 giorni in quel posto se, già appena arrivato, c’erano stati dei problemi?

Uscito dall’aereoporto, i miei timori si intensificarono. Le auto che transitavano erano tutte vecchie, e le insegne pubblicitarie scritte tutte in quell’alfabeto incomprensibile. Intanto, nel tragitto verso la casa che avevo preso in affitto, maneggiando il mio passaporto continuavo ad osservare il timbro che mi era stato messo alla dogana. Ma mi fu detto dalla mia accompagnatrice, la professoressa che venne a prendermi all’aereoporto in taxi, che il monte Ararat, vulcano spento dalle 2 cime, a cui gli armeni sono molto devoti, fosse in territorio turco. Non aggiunse altro.

Fu quello l’unico intoppo della mia esperienza in Armenia: l’inizio. Per il resto, vissi un mese di maggio e un po’ di giugno veramente caldo lì nel paese caucasico, facevo la spesa a tutte le ore perché i negozi non chiudevano praticamente mai, mentre sui social leggevo i post dei miei contatti che in Italia il mese di maggio si stava rivelando estremamente piovoso.

I paesaggi, la storia, la cultura di quel popolo cominciarono ad affascinarmi, sempre di più, giorno dopo giorno, toccandoli con mano. L’Armenia è profondamente diversa dall’Italia, ma gli armeni sono molto simili agli italiani. Amano il cibo, la compagnia, sono cristiani, sono affabili. Forse a differenza di noi italiani hanno un attaccamento al proprio territorio e alle proprie tradizioni fuori dal comune. Tutti conoscevano la storia millenaria della loro nazione, molto di più di noi italiani, che a stento conosciamo per sommi capi la grandezza dell’Impero Romano o un minimo di storia contemporanea. Credenti o meno, tutti erano orgogliosi di appartenere al primo popolo ufficialmente cristiano della storia, e mi facevano visitare le chiese, le fortezze, le aree archeologiche con fierezza e con la voglia di trasferire quante più informazioni possibili. E facevano letteralmente a gara tra di loro, tra chi di loro dovesse essere più disponibile e ospitale.

Nonostante tornai a casa con gli obiettivi universitari completamente raggiunti, a volte dimenticavo che il motivo del mio soggiorno lì fosse questo. Ero meravigliato del fatto che gli armeni fossero così vivi ed attivi, che facessero anche ricerche di qualità nonostante non avessero tante risorse e strumenti all’avanguardia.

Si parlava molto con gli armeni, tra l’altro nutrono anche una profonda ammirazione per gli italiani. Noi, si sa, siamo un modello per la moda, il cibo, la musica… E forse sappiamo ascoltare. E mi hanno fatto scoprire che in passato l’Ararat si trovava nel territorio armeno, che la città di Ani, che nel medioevo era la capitale del glorioso regno d’Armenia oggi si trova in Turchia e non è altro che un sito archeologico, che ci sono chiese e monumenti armeni un po’ in tutto il Caucaso meridionale, fuori dagli attuali confini nazionali. Ma questo non è importante, per esempio anche noi italiani dobbiamo sopportare che ci siano città fondate dai romani fuori dai confini nazionali. Ma gli armeni questo lo sanno. Certo, è doloroso affacciarsi dalla finestra e da un balcone di Yerevan esposto verso ovest e ammirare il monte Ararat, sapendo che non appartiene più a loro, ma ci avranno fatto l’abitudine. Avranno messo alle loro spalle anche il genocidio del loro popolo dei primi anni del 900, del fatto che siano poche le nazioni che lo riconoscano e che 8 milioni di loro vivano fuori dai confini nazionali. E si abitueranno sicuramente al fatto che l’Azerbaijan, approfittando che il mondo fosse distratto da covid e da elezioni USA, con una terra lampo si sia riappropriato di territori pieni di testimonianze della cultura armena, che gli armeni avevano a fatica riconquistato pochi anni fa. Ma si, si abitueranno, come hanno sempre fatto, e come sempre si rialzeranno, orgogliosamente, e ricominceranno.

Un’esperienza intensa quella a Yerevan. Un mese e mezzo che mi sono serviti per capire tante cose. Noi italiani siamo privilegiati, nonostante il covid 19, nelle tv sentiamo parlare di Angela da Mondello e non di guerra, oppure che le nostre ricerche scientifiche siano valutate obiettivamente prima di essere approvate dalle commissioni internazionali invece di essere scartate a priori. Eppure sento parlare male dell’Italia da parte degli italiani stessi. Spesso lo faccio anche io. Gli armeni non parlano male della madre Armenia, ma nessuno tocca la nostra madre Italia.

Certi luoghi sono talmente lontani che nel presente sono remoti.

Luigi Ammirati