Archivi del mese: Novembre 2020

Diritti Concessi o Riconosciuti?

Abbiamo da tempo accettato che l’esercizio di diritti, come quello di voto – semplice e forse oggi fin troppo scontato –, ci siano stati “concessi” e non “riconosciuti” .

C’è chi sostiene che la società odierna non può più definirsi patriarcale; né tantomeno maschilista può definirsi l’atteggiamento adottato dai più, con la mera giustificazione dell’evoluzione sociale e delle conquiste di cui noi donne oggi possiamo dire di godere.

Ed è proprio qui che nasce il problema. Questa costante contrapposizione tra Uomo e Donna in tema di diritti e libertà è assurda in una società democratica e permeata, almeno in apparenza, sulla parità di genere.

E’ necessario piuttosto focalizzare l’attenzione sulla PERSONA.

Mi rendo conto tuttavia, che sebbene l’attuale struttura sociale si renda in apparenza idonea a recepire tale eguaglianza, i consociati non sono in grado di renderla concreta; probabilmente perché manca alla base una conoscenza del concetto di patriarcato e maschilismo in chiave ‘moderna’.

Del resto viviamo in un mondo governato dall’odio per il diverso, dove il soggetto vulnerabile non viene aiutato ma messo ai margini. Così la supremazia del bianco più forte si eleva sul ‘negro ignorante’, così la forza del maschio alfa si infrange sulla “donna debole”.

E la forza si traduce in violenza, e la violenza a sua volta nasconde un presupposto: una vittima.

Ma la vittima è resa tale due volte; la prima con il reato che subisce e la seconda dai consociati che spesso e volentieri tendono a giustificare tali comportamenti con cliché squallidi.

La vittima diventa così il suo stesso carnefice, nonostante la necessaria contrapposizione delle due posizioni.

Viene lesa così nuovamente la sua dignità. Dignità non di donna ma di persona, appunto.

Appare dunque necessario un percorso di sensibilizzazione che parta dal nucleo familiare sin dalla precoce età, per poi svilupparsi in contesti sociali in cui sia possibile diffondere un significato di rispetto globale fondato sulla persona, e lontano da stereotipi di genere che purtroppo continuano a verificarsi in tutti gli ambienti in cui si sviluppa la vita sociale di un soggetto.

Noemi Gaita

Terremoto dell’Irpinia: le due facce della solidarietà

Il 23 novembre di 40 anni fa si verificava quella che da molti è considerata la più grande catastrofe dell’Italia repubblicana. In 90 interminabili secondi, una scossa di terremoto di magnitudo M 6,9 rade al suolo intere città. Uno spaventoso sisma, avvertito praticamente in tutto il territorio italiano. Il bilancio sarà tragico, con 2914 vittime ufficialmente registrate, 8848 feriti ed oltre 280000 sfollati.

In una insolitamente calda sera di fine novembre, l’Irpinia cambia completamente volto. Tantissime sono le immagini di devastazione che conserviamo oggi come testimonianze. Appare ancora oggi emblematica la prima pagina del quotidiano “Il Mattino”, addirittura ripresa dall’artista Andy Warhol, anch’egli sconvolto dalle immagini del sisma.

Anche chi, come me, non era ancora nato nel 1980, è conscio di cosa ha rappresentato il terremoto del 23 novembre di 40 anni fa. Non esisteva una “macchina dei soccorsi“, come la conosciamo oggigiorno. Non era ancora nata la Protezione Civile e non erano stati ancora ideati i moderni mezzi attualmente a disposizione dei soccorritori.

Da sottolineare è l’enorme ritardo nella gestione dell’emergenza. Probabilmente ancora suonano fortissime le parole dell’allora Capo di Stato, Sandro Pertini. Il Presidente, di ritorno dalle aree terremotate, denunciò la situazione, portando sgomento nell’opinione pubblica. Quelle dure parole portarono all’immediata rimozione del prefetto di Avellino, Lobefalo, e alle dimissioni, poi respinte del Ministro dell’Interno, Rognoni.

Il discorso alla nazione di Pertini portò ad una consistente mobilitazione di volontari. Tantissime sono le testimonianze di giovani e meno giovani che hanno lasciato le loro abitazioni per recarsi in Irpinia. Per essere solidali verso una comunità ferita.

La visita del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nei luoghi del sisma

Il giorno successivo il sisma, viene nominato Commissario all’emergenza Giuseppe Zamberletti, allora deputato per la Democrazia Cristiana e già incaricato della gestione dell’emergenza in Friuli, a seguito del terremoto del 6 maggio 1976.

Manifestazioni di solidarietà giunsero anche dall’estero, addirittura da oltre Oceano. Molti Stati contribuirono, con donazioni economiche, fornitura di materiali e invio di personale, allo svolgimento delle operazioni di soccorso.

Ma il sisma dell’Irpinia è tristemente ricordato anche per l’abuso del termine solidarietà. Il riferimento è alla gestione della fase di ricostruzione post-sismica. Da un iniziale stanziamento di circa 8000 miliardi di vecchie lire, si è giunti alla mostruosa cifra di 60000 miliardi. Secondo il giornalista Rizzo, si potrebbe “attualizzare” la cifra intorno ai 66 miliardi di Euro. L’equivalente di 3 leggi di bilancio.

Si iniziarono a coniare termini come Irpiniagate, come “Mani sul terremoto”. Negli anni 90, si istituì una Commissione parlamentare d’inchiesta, e la relazione finale della Corte dei Conti sui fondi post-sisma parlerà di «superficialità degli accertamenti e assenza di idonee verifiche».

Oggi, 23 novembre 2020, siamo nel mezzo di un’altra emergenza, che coinvolge tutto il mondo. Nell’affrontarla, è doveroso ricordare lo spirito di sacrificio e di solidarietà delle persone che hanno aiutato a scavare tra le macerie. O di quelle che hanno donato qualcosa per aiutare un connazionale in difficoltà.

Ma è necessario ricordare anche la mangiatoia che è diventata l’emergenza terremoto, sulla quale tanti hanno voluto, in molti casi riuscendovi, a mettere le mani.

Non facciamo come 40 anni fa. Possiamo ripartire, più forti ed insieme. Si può contribuire alla rinascita e allo sviluppo delle nostre comunità.

Basta solo essere pronti ad affrontare le sfide che ci troveremo dinanzi, una volta usciti dalla complessa emergenza Covid-19.

Un albero contro le polveri sottili !

Alla vigilia della Festa dell’Albero, vogliamo approfittare di questa ricorrenza per esprimere la nostra preoccupazione circa la questione ambientale, in particolar modo sulla qualità dell’aria respirata ogni giorno.

Lo facciamo ricordando l’importanza di un albero; infatti, insieme a questa lettera troverete un piccolo albero. Ogni albero è speciale nella lotta all’emergenza climatica poiché riesce a catturare una quantità molto consistente di CO2 ed ha una grande capacità antipolveri, proteggendo la biodiversità. Gli alberi hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione del dissesto idrogeologico.

Piantarne anche solo uno rappresenta un gesto concreto per restituire alle comunità spazi vivibili ed accoglienti e per ricordare che senza gli alberi, i polmoni verdi del pianeta, non c’è futuro. Oggi il nostro albero è ribadisce la proposta, protocollata il 31 Gennaio 2020, volta a far installare delle centraline per la misurazione delle polveri sottili.

Riteniamo sia un atto necessario, perché tale installazione sarebbe solo un primo passo per comprendere la gravità della situazione e, di conseguenza, capire quali provvedimenti adottare per migliorare la qualità dell’aria, contribuendo a limitare, se non eliminare, il rilascio di polveri sottili nell’aria che respiriamo.

Auspichiamo che il Comune di Atripalda si faccia portavoce di tale istanza, rendendosi promotore di un tavolo con gli amministratori dei Comuni limitrofi per cercare, ma soprattutto trovare, di concerto, soluzioni ad un problema che non può più essere rimandato. Non c’è più tempo!

Il diritto alla salute sancito dell’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana, non concerne il diritto di curarsi, o almeno non solo, ma soprattutto va a garantire il diritto di non ammalarsi.

IDEA Atripalda

Appello: restituite le bombole d’ossigeno!

Vogliamo cogliere l’occasione, utilizzando i nostri canali social, per evidenziare una questione importante. Riteniamo giusto unirci all’appello di molti farmacisti: bisogna riportare le bombole di ossigeno vuote in farmacia per evitare carenze nell’ossigenoterapia domiciliare.
Le bombole per l’ossigenoterapia domiciliare rappresentano uno dei primi presidi per i malati Covid-19, ma anche per tanti altri affetti da patologie respiratorie croniche.
Una volta esaurita, la bombola deve essere riportata tempestivamente alla farmacia, in modo che possa essere sanificata, riempita e messa a disposizione di altri pazienti.
È una grande responsabilità verso chi ne ha bisogno e per agevolare l’accesso ad un farmaco salvavita, qual è l’ossigeno terapeutico.
In questi momenti è importante fare fronte comune e cercare di essere utili alla comunità e questo è un modo per esserlo.

Un viaggio in Armenia

Yerevan, capitale dell’Armenia

Quando si concretizzò l’opportunità di andare a Yerevan nel 2019 per un’esperienza universitaria, fui pervaso da un sentimento misto tra la paura di trovarmi male e l’eccitazione per un’avventura nuova e particolare.

Era la prima volta che uscivo da casa per un periodo consistente e dovevo adeguarmi ad un qualcosa che presumevo fosse diverso anche dalla cultura di altri paesi, quelli europei, che avevo già visitato.

Prima di partire ho cercato quante più informazioni possibili sull’Armenia. In particolare ricordo che lessi sul sito della Farnesina per esempio che il clima fosse rigido e che i negozi chiudessero alle 18 del pomeriggio. Dell’Armenia non si parla quasi mai, è veramente raro. È una nazione piccola, al massimo l’avrò sentita nominare qualche volta per il genocidio, o si, per i System of a Down, gruppo rock armeno – americano che ogni tanto ascolto, oppure Italia – Armenia, qualche vecchia partita di calcio. Mi sembra di ricordare che Giovinco, giocatore non proprio altissimo, contro di loro fece un gol di testa.

Mi ero dunque preparato una valigia con vestiti invernali e qualche provvista di emergenza anche se avrei dovuto affrontare i mesi di maggio e giugno.

Quando atterrai a Yerevan, ci fu un problemino col mio passaporto, mi trattennero un po’ più del dovuto alla dogana. Scoprii tempo dopo che pensavano fossi un latitante. Quando mi fu messo il timbro sul documento, fui sollevato. Osservai la sagoma rossa del monte Ararat sul passaporto con un forte senso di liberazione, anche se non del tutto sopito. Quell’iniziale episodio, fu una sorta di cattivo presagio: come avrei potuto resistere 45 giorni in quel posto se, già appena arrivato, c’erano stati dei problemi?

Uscito dall’aereoporto, i miei timori si intensificarono. Le auto che transitavano erano tutte vecchie, e le insegne pubblicitarie scritte tutte in quell’alfabeto incomprensibile. Intanto, nel tragitto verso la casa che avevo preso in affitto, maneggiando il mio passaporto continuavo ad osservare il timbro che mi era stato messo alla dogana. Ma mi fu detto dalla mia accompagnatrice, la professoressa che venne a prendermi all’aereoporto in taxi, che il monte Ararat, vulcano spento dalle 2 cime, a cui gli armeni sono molto devoti, fosse in territorio turco. Non aggiunse altro.

Fu quello l’unico intoppo della mia esperienza in Armenia: l’inizio. Per il resto, vissi un mese di maggio e un po’ di giugno veramente caldo lì nel paese caucasico, facevo la spesa a tutte le ore perché i negozi non chiudevano praticamente mai, mentre sui social leggevo i post dei miei contatti che in Italia il mese di maggio si stava rivelando estremamente piovoso.

I paesaggi, la storia, la cultura di quel popolo cominciarono ad affascinarmi, sempre di più, giorno dopo giorno, toccandoli con mano. L’Armenia è profondamente diversa dall’Italia, ma gli armeni sono molto simili agli italiani. Amano il cibo, la compagnia, sono cristiani, sono affabili. Forse a differenza di noi italiani hanno un attaccamento al proprio territorio e alle proprie tradizioni fuori dal comune. Tutti conoscevano la storia millenaria della loro nazione, molto di più di noi italiani, che a stento conosciamo per sommi capi la grandezza dell’Impero Romano o un minimo di storia contemporanea. Credenti o meno, tutti erano orgogliosi di appartenere al primo popolo ufficialmente cristiano della storia, e mi facevano visitare le chiese, le fortezze, le aree archeologiche con fierezza e con la voglia di trasferire quante più informazioni possibili. E facevano letteralmente a gara tra di loro, tra chi di loro dovesse essere più disponibile e ospitale.

Nonostante tornai a casa con gli obiettivi universitari completamente raggiunti, a volte dimenticavo che il motivo del mio soggiorno lì fosse questo. Ero meravigliato del fatto che gli armeni fossero così vivi ed attivi, che facessero anche ricerche di qualità nonostante non avessero tante risorse e strumenti all’avanguardia.

Si parlava molto con gli armeni, tra l’altro nutrono anche una profonda ammirazione per gli italiani. Noi, si sa, siamo un modello per la moda, il cibo, la musica… E forse sappiamo ascoltare. E mi hanno fatto scoprire che in passato l’Ararat si trovava nel territorio armeno, che la città di Ani, che nel medioevo era la capitale del glorioso regno d’Armenia oggi si trova in Turchia e non è altro che un sito archeologico, che ci sono chiese e monumenti armeni un po’ in tutto il Caucaso meridionale, fuori dagli attuali confini nazionali. Ma questo non è importante, per esempio anche noi italiani dobbiamo sopportare che ci siano città fondate dai romani fuori dai confini nazionali. Ma gli armeni questo lo sanno. Certo, è doloroso affacciarsi dalla finestra e da un balcone di Yerevan esposto verso ovest e ammirare il monte Ararat, sapendo che non appartiene più a loro, ma ci avranno fatto l’abitudine. Avranno messo alle loro spalle anche il genocidio del loro popolo dei primi anni del 900, del fatto che siano poche le nazioni che lo riconoscano e che 8 milioni di loro vivano fuori dai confini nazionali. E si abitueranno sicuramente al fatto che l’Azerbaijan, approfittando che il mondo fosse distratto da covid e da elezioni USA, con una terra lampo si sia riappropriato di territori pieni di testimonianze della cultura armena, che gli armeni avevano a fatica riconquistato pochi anni fa. Ma si, si abitueranno, come hanno sempre fatto, e come sempre si rialzeranno, orgogliosamente, e ricominceranno.

Un’esperienza intensa quella a Yerevan. Un mese e mezzo che mi sono serviti per capire tante cose. Noi italiani siamo privilegiati, nonostante il covid 19, nelle tv sentiamo parlare di Angela da Mondello e non di guerra, oppure che le nostre ricerche scientifiche siano valutate obiettivamente prima di essere approvate dalle commissioni internazionali invece di essere scartate a priori. Eppure sento parlare male dell’Italia da parte degli italiani stessi. Spesso lo faccio anche io. Gli armeni non parlano male della madre Armenia, ma nessuno tocca la nostra madre Italia.

Certi luoghi sono talmente lontani che nel presente sono remoti.

Luigi Ammirati