Il conflitto Azero-Armeno

In questo periodo, giustamente, i mass media si concentrano prevalentemente sulla pandemia di Covid 19 che sta mietendo vittime sia in vite umane che sotto l’aspetto economico. Viene dato poco spazio alla crisi in Caucaso meridionale, dove, dal 27 settembre 2020, si è riacceso il conflitto tra Armeni e Azeri. Una crisi che ufficialmente dura da 30 anni, ma che ha radici più antiche. Il Caucaso è sempre stato un luogo crocevia di commerci tra Oriente e Occidente, e in particolare negli ultimi 150 anni ha visto per i più svariati motivi i popoli del luogo in contrasto tra loro, basta ricordare il genocidio degli Armeni ad opera dell’Impero Ottomano, una ferita ancora aperta nel loro cuore, in quanto oltre allo sterminio di un numero stimato tra i 700000 e 1,5 milioni di Armeni negli anni intorno alla prima guerra mondiale, ha causato una diaspora senza precedenti (nei confini nazionali vivono meno di 3 milioni di Armeni, fuori raggiungiamo gli 8 milioni), non è ancora riconosciuto da gran parte delle nazioni. Con la caduta dell’impero Ottomano, l’Armenia fu annessa all’unione sovietica e costretta a cedere alla Turchia molti territori occidentali, compreso il monte Ararat, la montagna sacra, che è visibile da Yerevan, oltre ad altri territori storici. Ad est invece oggi, il Nagorno – Karabakh (che in russo vuol dire “giardino nero”), per gli Armeni Artsakh, è il territorio conteso oggi e teatro degli attacchi bellici. Nel 1921, nella neonata Unione Sovietica, Stalin la annesse all’Azerbaijan, primo stato musulmano, nonostante il territorio fosse abitato prevalentemente da Armeni, cristiani. Essendo entrambi gli stati parte dell’Unione sovietica, le rivendicazioni territoriali furono formalmente sospese. Con la caduta dell’Unione sovietica e l’indipendenza di Armenia e Azerbaijan, gli animi si sono riaccesi. I cittadini della regione avevano, in un referendum, deciso per la propria indipendenza, legata comunque alla madrepatria Armenia, decisione mai accettata dagli Azeri e neanche dall’Onu.

Negli anni 90 il conflitto aveva già causato 30000 morti, senza che il problema si risolvesse. Ogni tanto il conflitto si era riacceso per qualche giorno, ma stavolta sembra che la faccenda sia seria, le informazioni da entrambi i lati sono imprecise o volutamente fake, e la guerra, oltre sul campo, sulle città, si sta combattendo anche in rete. Sono stati violati dei “cessate il fuoco” e addirittura i ministri degli esteri delle due nazioni si sono seduti ad un tavolo diplomatico a Mosca, senza Non si hanno idea delle perdite, che comunque sono alte, più che altro siamo preoccupati del fatto che la guerra per un territorio relativamente piccolo possa avere dei risvolti internazionali, con il coinvolgimento della Turchia, che con gli attriti pregressi nei confronti dell’Armenia, sostiene chiaramente l’Azerbaijan fornendo materiale bellico, e della Russia, che è dalla parte armena, o il coinvolgimento di mercenari Jahidisti siriani, al fianco dei musulmani azeri contro i cristiani armeni, senza dimenticare il discorso energetico, con la pipeline del gas e del petrolio che parte da Baku e arriva fino in Puglia, e che per non attraversare l’Armenia fa una strana deviazione in Georgia. Anche Israele sembra coinvolto, fornendo armi agli Azeri nonostante i freddi rapporti con la Turchia, e il Pakistan, che non ha mai riconosciuto l’Armenia come nazione che potrebbe fare la sua parte, oltre all’Iran che per rivalità con la Turchia appoggerebbe l’Armenia.

Si prospetta quindi una guerra formalmente territoriale, simile a ciò che è accaduto nella ex Yugoslavia,  ma mascherata da guerra santa ed economica, che può avere risvolti mondiali, con il sospetto che la Turchia, in cabina di regia, voglia realizzare il progetto dell’impero Ottomano del Panturchismo, e la piccola Armenia rappresenta un ostacolo geografico di collegamento oltre tra la parte est ed ovest (insieme all’Iran), una guerra di religione e non è remota la possibilità di un nuovo genocidio degli Armeni.

L’unico modo per risolvere il conflitto è che nel mondo si cominci a riconoscere la Repubblica di Artsakh, che per il principio di indeterminazione dei popoli si è autoproclamata indipendente. Lo chiediamo alle nazioni europee, che attualmente stanno cercando di tenersi a distanza.

Luigi Ammirati