Tu la conosci Claudia?

Digressioni e riflessioni in tempo di conversioni mediatiche.

I tre volti del socialismo disincantato, del sedicente pacifismo ad oltranza e della pedanteria altruistica.

Ognuno di noi, anche il più umile e modesto cittadino, spera che quel “futuro in cui tutti saranno famosi per 15 minuti” possa iniziare un domani proprio da lui. La ricerca della felicità, oggigiorno, passa proprio dal raggiungimento immediato e senza patemi d’animo della notorietà. Per questo la popolarità viene vista come possibilità di indirizzare lo stato delle cose e di esprimersi liberamente ottenendo un riscontro immediato. “In questo futuro” però la popolarità è ciclicamente più ampia. Accade sempre più spesso che vi sia una spasmodica ricerca della novità e che si passi altrettanto facilmente, senza preavviso, all’oblio.

Forse potremmo, in quanto italiani, definirci dei maestri in questa farsesca esistenzialità.

Se l’ironia romantica è proprio dei Tedeschi, l’arte della commedia farsesca invece è un lascito della nostra cultura. Possiamo trovarla in ogni angolo delle nostre città. Se ne tralasciamo la serietà della genesi, dalla grecità tutta fino alle forme della letteratura popolare romana, possiamo vedere nello sguardo dell’americanismo di Woody Allen uno squarcio di ciò che proprio in questi giorni stiamo vivendo.  In una scena di uno stranamente impalpabile to Rome with love Leopoldo (Leopoldo chi? Ma ovviamente lui), appena uscito di casa viene travolto dal notorio circolo mediatico italiano composto da giornalisti, cameraman, fan e adulatori vari. Una notorietà improvvisa lo circonda fino a limitare ogni suo spazio di manovra. In quella circostanza solo l’arrivo del suo autista, venuto dal nulla, lo libera per qualche istante dalla stretta opprimente che cerca in ogni modo di partecipare alla vita altrui.

Si dirà: è il prezzo della notorietà. Tutti vogliamo esser lui, averne il fascino, il carisma, i soldi o il potere, stargli vicino e fargli sentire il nostro affetto, condividere con lui non solo le sue emozioni ma anche le nostre. È normale, fa parte della normalità e delle cose. Ne abbiamo un qualche diritto o forse una prelazione, essendo noi che, osservando lui, lo rendiamo famoso. Ci è così familiare, un amico non certamente un estraneo. Lo conosciamo bene avendo condiviso ricordi, foto e momenti.

Per l’appunto, ci sentiamo di poter dire che la fama annulla ogni differenza. Semplicemente, per quanto vogliamo sforzarci di apparire diversi, di dire cose originali ed uniche, nulla differisce da ciò che si dice. Ognuno di noi crede di poter scegliere i propri eroi per cui patteggiare in un puro slancio di libertà. Da una parte i filo-spartani e dall’altra i filo-ateniesi.

FASE #2. Due facce della stessa medaglia

I visitatori. Michelangelo Pistoletto.

Schierarsi, prendere posizione e parteggiare, partecipando alla bagarre non è certamente utile per evitare la continua ripetizione di chiacchiere e futili discussioni mediatiche. Se lo si fa, si continua semplicemente ad alimentare la circolazione e la portata esponenziale della notizia. Non si fa altro che fare pubblicità e veicolarla, seppur ammantata – nell’intento di chi vuole opporsi alla gogna mediatica – da una certa dose di anticonformismo, guevarismo e bontà cristiana da libro cuore in chiave moderna.

Diversamente, bisognerebbe prendere le distanze, magari sforzandosi di spiegare ed analizzare i motivi profondi del malcontento. Offrire un’ipotesi articolata o almeno fare uno tenttivo per disimpegnarsi culturalmente dalla semplice riproposizione della lievità. Non basta sbandierare la difesa ad oltranza della parte offesa, con posizioni precostituite di solidarietà che magari sono anch’esse consumisticamente di moda. Anche questo è un certo malcostume: buttarsi nella contesa senza riflettere.

Tendenzialmente siamo portati a manifestare i nostri desideri di una società più equa e libera da costrizioni sociali senza però fare un passo ulteriore verso la concettualizzazione in idee, da discutere e condividere con gli altri. Perché sia profondamente erroneo ciò contro cui ci si schiera e come mai si sviluppa in modo così ampio e feroce è totalmente escluso da ogni commento. Dovrebbe essere, invece, un nostro primario compito quello di fornire gli strumenti per una discussione critica e lontana da populismi di ogni sorta; proprio perché – l’allontanamento da ogni becera contrapposizione fra noi e gli altri – è ciò speriamo di realizzare nel nostro mondo perfetto.  

Death of Marxism, Women of All Lands Unite

Tuttavia, agiamo nella direzione opposta: aumentiamo il nostro personale pantheon con nuovi idoli o con dannati contro cui scagliarsi, che di volta in volta agiscono simbolicamente, mostrando così una certa malcelata esigenza di colmare un vuoto culturale. Fagocitiamo le esperienze degli altri, le rendiamo reificabili, stampabili su una maglietta, idonei ad essere fissati sul muro, su una bandiera o su una qualsivoglia Homepage. Questo, volenti o nolenti, ci definisce socialmente per quelli che siamo. Nulla di più che degli insaziabili spettatori.

Eppure, qualcosa continua a farci pensare che bisognerebbe andare oltre la semplice costatazione della barbarie ed evitare di patteggiare per l’una o per l’altra squadra. Si tratterebbe quindi di intervenire in modo mirato solo sulle ragioni che hanno compartecipato a creare questo quadro sociale, entro cui tutti si sentono in diritto di parlare, offendere e denigrare e difendersi, senza inibizione sociale o remora alcuna. Spostare l’attenzione sui motivi e sulle ragioni, piuttosto che sugli impulsi e gli istinti da appagare, è il compito che chiunque si autodefinisca come solidale dovrebbe attuare. Certo, ma come?  Magari dicendo che questo fenomeno di distrazione di massa è alimentato dalla strutturale mancanza di una cultura critica condivisa, dovuta ad un sistematico depotenziamento di ogni istituzione sociale a cui spetterebbe il compito di formare le menti e (nel migliore delle ipotesi) gli animi dei cittadini. Dalla scuola allo sport, dagli spazi verdi ai parchi, ai musei, ai teatri ai cinema e alle associazioni persino all’azienda e alla fabbrica, i momenti di condivisione e co-responsabilità sono oramai privi di rilevanza. Perché non si studia più, non si approfondisce, non si partecipa e non si crede più in un ideale condiviso e condivisibile.

Tutto è per l’appunto uguale, facile da comprendere e quindi diffondibile. Tutto è lo stesso. Qualunque e privo di professionalità, dignità e specializzazione. Io o un altro non fa alcuna differenza. Questa crisi sociale diventa condizione materiale non solo della povertà intellettuale ma anche di quella economica che si ripete senza via d’uscita (mancando gli strumenti di analisi e comprensione di ciò che ci circonda). Nel ripresentarsi sempre sempre ugale si acuisce. Sfruttando nuovi strumenti di livellamento delle competenze come quelli che ci mettono in contatto senza però stabilire regole di responsabilità reciproca con cui interagire.

FASE #2.2. Gli effetti collaterali

La battaglia di Dogali

Da un lato si cerca però di sfruttare questo fenomeno e di renderlo a se favorevole.  Se cerchiamo in ogni modo di elevarci al di sopra delle nostre competenze non possiamo non chiedere aiuto al provincialistico personalismo. Lasciando parlare il nostro egoitismo:

  • Tutti i meriti sono personalmente miei. Tutti i demeriti invece sono lontani da ogni mia responsabilità, ma saranno oggetto della mia personale supervisione così da risolverli in prima persona, prima o poi. Con il favore di me stesso, potrei difendere da paladino ed avvocato delle vostre istanze i vostri interessi. In questo modo anche voi potrete sentirvi incaricati come me, anche se solo io posso intestarmi ogni successo. Questo perché bisogna pur mostrare a sé stessi e agli altri che proprio io sono a ricoprire la carica in questione. Per far ciò devo essere sempre sul pezzo e sempre nuove notizie sono richieste. Se non ci sono vanno anticipate, generate e sospinte. Si deve costruire di volta in volta un’attesa da colmare con minuzie e indiscrezioni. Più ampio e la risonanza mediatica e maggiore sarà la portata del mio successo.

Dall’altra però si lascia spazio a chi è più abile e capace di approfittarare mediaticamente, a chi senza remore sfrutta la spettacolarizzazione e la rivolta contro chi l’ha generata. Vanno fatti (metaforicamente) i nomi :

  • a chi non ha un freno morale agendo o contro gli altri per la propria causa, combattendo la propria guerra fatta di proiettili, tortura e propaganda
  • e di chi, trattando con quest’ultimi, nel liberare gli oppressi mostra a tutti che è la propria l’influenza quella che conta. In questo modo al primo, all’egoismo, non resta che esser collateralmente complice di un pasticcio. Finanziatore a sua insaputa.