Scusaci Silvia, facciamo schifo

Cosa ci vedete in questa immagine? So che è inusuale dare inizio ad un articolo con una domanda, però fatico a trovare un modo pacato per dirvi ciò che penso.

Vi rispondo io: ci vedo un amore immenso che lega una madre e una figlia, con la prima che per 18 mesi non ha avuto alcuna notizia della seconda. Provate per un solo secondo ad immedesimarvi nella donna che, nel giorno della festa della mamma, ha potuto realizzare la gioia più grande nella mattinata di ieri.

Ci riuscite? Bene, è già un inizio. La ragazza sulla destra è Silvia Romano. Credo che in pochissimi non siano al corrente della storia di questa giovane, quindi spendo pochissime parole per rinfrescare le menti di qualcuno.

Il 20 novembre 2018 Silvia, cooperante per Emergency, viene rapita da una cellula terroristica legata al gruppo Al-Shabab in Kenya. Solo pochi mesi prima si era laureata presentando una tesi sulla tratta degli esseri umani. Poi la partenza verso l’Africa, per realizzare il suo sogno, aiutare gli altri.

Il 9 maggio scorso arriva la notizia più bella, che squarcia un velo cupo per l’emergenza Covid-19: Silvia Romano è libera, grazie all’eccellente lavoro dei nostri servizi d’intelligence. La mattina seguente, la ragazza fa rientro in Italia con un volo di Stato, e viene accolta a Ciampino dai familiari e da una stretta delegazione del Governo.

Tutto straordinario, se non fosse per le reazioni social di gente comune e politica, condensate da titoli indegni di alcuni giornali. Già alla notizia della liberazione della Romano si sono levati i primi commenti indignati legati ad un possibile riscatto pagato dall’Italia verso i terroristi, abbinati ai sibillini “se l’è cercata”.

La rabbia si scatena al ritorno della 25enne: la cooperante scende dall’aereo lasciando intravedere un vestito tradizionale della cultura islamica. Inoltre, ha dichiarato di non aver subito violenze e di essersi convertita all’islamismo. Non si contano le reazioni di chi la considera “nemica degli italiani” solo per il suo modo di vestire. Poi qualcuno fa riferimento ad una mano posata sul ventre. Siamo al delirio.

Uno di questi pensieri mi ha colpito. Gli psichiatri del web hanno diagnosticato a Silvia Romano la sindrome di Stoccolma. In pratica, un soggetto sottoposto a continua violenza verbale o fisica, può finire per avere un sentimento positivo verso il sequestratore. Eh beh, d’altronde abbiamo laureati in serie tv con specializzazione nell’aver seguito su uno schermo due rapine milionarie. Che volete di più?

Forse qualcuno dimentica le lotte che hanno contraddistinto la genesi della nostra giovane Repubblica: nei principi fondamentali, articolo 8 della Costituzione, c’è la risposta che tanti tuttologi meritano di avere. Mi permetto di spiegarlo brevemente.

Il nostro Stato è non è una teocrazia, e sono tutelate tutte le minoranze religiose. Non capisco chi abbia potuto partorire un pensiero tanto malsano. Silvia Romano è una cittadina italiana a tutti gli effetti, quale religione professi dovrebbe essere l’ultimo dei nostri problemi. E invece no, si tende a fare una dicotomia tra italiani e islamici. Come se i secondi fossero inferiori ai primi e, soprattutto, come se possano essere paragonabili. Per chi è davvero duro a capire, essere italiani vuol dire appartenere ad una nazione, essere islamici vuol dire appartenere ad una comunità religiosa. E finiamola di confondere chi professa una determinata religione con chi semina il terrore per diffondere un’interpretazione distorta di un libro sacro. Siamo ridicoli. O meglio, facciamo schifo.

Sì, l’ho scritto. E lo ripeto. Facciamo schifo. Questo perché ad una ragazza come Silvia Romano dovremmo solo dire “grazie”. Una donna solare, determinata, e soprattutto libera, non può essere oggetto di questo scempio mediatico. Ed il colmo sta proprio in alcune famose affermazioni della politica. Si può dire che la Romano sia la rappresentazione dello slogan “aiutiamoli a casa loro”, che ha fatto milioni di proseliti. Mi astengo dalla valutazione politica, non è l’intento di questo articolo. Il fatto assurdo è che abbiamo riempito di insulti una ragazza che ha aiutato potenziali migranti a casa loro, rischiando la vita, a causa di una visione distorta della realtà.

Ricordate la domanda che ho posto all’inizio di questo lunghissimo pensiero? Ecco, pensateci molto bene, rifletteteci 10, 100, 1000 volte, poi datevi una risposta. E magari riflettete anche prima di scagliare tutte le vostre frustrazioni su un commento social. Oppure prima di dare alle stampe quotidiani con titoloni ampiamente fuorvianti e utili a fare altra polemica inutile.

Sono schifato. Forse proprio noi giornalisti facciamo schifo.