Get Brexit done

Il farraginoso processo di attuazione della Brexit, giunto a conclusione, ci ha lasciato poco spazio per una ponderata riflessione sulle ragioni di tale scelta. Sembra quasi scontato e ridondante voler cogliere nello slogan Get Brexit done, più volte ripetuto come un mantra dall’attuale Primo ministro del Regno Unito, l’emblema del mutato modo di intendere la politica: l’immediatezza, il pubblicizzato ardore, l’irriverenza e la frettolosa smania di fare si sono mostrati strumenti efficaci per catalizzare e guidare il consenso elettore.  

Perché in Europa è così diffusamente vincente questo modo di fare ed intendere la politica?

Le ragioni di tanta efficacia risiedono drammaticamente nell’incapacità delle istituzioni, e dei partiti politici, di dare una risposta alle crescenti sperequazioni sociali. Un’evidente crisi concettuale dei partiti politici, incapaci di proporre con intelligenza e con una solida base ideologica una soluzione ai complessi problemi della modernità, ha acuito tali fratture sociali. Di conseguenza, la narrazione politica si è fatta sempre più povera e incapace di presentarsi come strumento di mediazione fra le concrete esigenze individuali e i collettivi tentativi di indirizzare e guidare le complesse fasi storiche.  

“Riprendere il controllo”: ha senso propagandare una cessione delle responsabilità governative come un successo democratico?

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/dec/19/take-back-control-slogan-left-power-right-state-intervention

Diversamente da quanto si possa credere, cedere le responsabilità decisionali alle mutevoli preferenze popolari – in ragione di una, di volta in volta, diversa corrispondenza con il volatile consenso – non vuol dire rinforzare il principio di democraticità di una comunità. Proprio per questo, la Brexit deve esser considerata tutt’altro che un successo. Focalizzandoci sull’impellenza di “dover dare” una risposta reale e tangibile, una risposta in prima istanza limitatamente distruttiva, abbiamo dimenticato di riflettere in modo serio sui sostanziali motivi del malcontento sociale. La mancata presa d’atto della complessità di un tema così delicato ha lasciato immutati ed irrisolti quei complessi problemi che costituiscono il sostrato delle moderne società.  In più, demandare al “popolo” la riflessione sui limiti e i confini di un demos – e i principi costitutivi che ne ascrivono la partecipazione – non solo è, dal punto di vista pratico, dannoso ed irresponsabile, ma concettualmente contraddittorio. Al di là della questione in sé, la decisione sul suolo e i confini non può essere l’unico elemento con cui costituire l’idea di un popolo. Senza una critica riflessione sulle regole, con cui stabilire i diritti sociali di partecipazione, risulta difficile distinguere una “moltitudo” da una comunità ben organizzata. La contingenza di esser nato al di qua o al di là del mare è priorio del destino omerico, ma non dovrebbe più contraddistinguere il nostro tempo.

Quale Europa di fronte alle sfide globali ?

Ciò che nella vastità di un mondo sempre più interconnesso trova la sua origine, ha nella prossimità una sua più straziante manifestazione. Da un lato è proprio grazie alle ridotte dimensioni delle piccole città, dei quartieri, degli istituti scolastici o delle corsie degli ospedali che, volenti o nolenti, viviamo l’esperienza concreta delle difficoltà di sussistenza, della stridente inefficienza funzionale dell’apparato Statale, della solitudine lasciata all’insensatezza e della lacerante povertà che ci priva di una speranza di miglioramento. Dall’altro lato, però, tali esperienze non lasciano spazio a nessuna soluzione, li viviamo come conseguenze incombenti di un più ampio destino sociale, di irrisolte crisi globali e risultati collaterali di manovre geopolitiche. Proprio per questo, qui ed ora, una riflessione critica sui principi costituiti dell’Unione Europea e sugli strumenti di attuazione di tali principi in un sistema funzionale, dovrebbe farsi necessaria. Una riflessione che ci consenta di proseguire quel cammino critico, già da decenni intrapreso, di revisione tanto “funzionale” quanto “qualitativa” del potere “giurisdizionale” dell’Unione. Una critica strutturale di quei meccanismi che accentuano il perseguimento di interessi di parte a discapito di un qualificato interesse comune, tale perché capace di tenere in dovuta considerazione le singolari posizioni – avanzate pubblicamente mediante ragioni– giungendo ad una sintesi da tutti, nessuno escluso, condivisibile.

La cultura per riformulare la Politica come Sapere

L’azione politica dovrebbe, quindi, guardare all’implementazione di un sempre più paritario, equo e pubblicamente vagliabile spazio di interazione e non conchiudere il momento argomentativo ad un plebiscitario assenso o dissenso. Senza tale spazio, e senza i relativi oneri civicamente discorsivi, sarebbe impossibile risolvere quei drammatici problemi che affliggono la nostra esperienza quotidiana. Al contempo, per perseguire quest’ottica bisognerebbe usare al meglio quegli strumenti economici di realizzazione degli indirizzi politici. Sfortunatamente sono proprio quei finanziamenti europei, così vitali tanto in ambito nazionale quanto in ambito locale, ad esser lo specchio della inadeguatezza dell’azione politica: spesso inutilizzati per l’incapacità di fornire un progetto di spesa che abbia in sé un chiaro indirizzo politico. Un fine da perseguire al di là degli interessi di parte. Per far ciò bisognerebbe ripartire dall’esigenza di discutere, informarsi ed approfondire tematiche sempre più complesse.