Archivi del mese: Febbraio 2020

Atripalda & la Campania – Un ambasciatore in regione?

Un ambasciatore in regione? Sembra una domanda strana, ma, da atripaldesi, dovremmo interrogarci su questo tema in vista delle prossime regionali. Molte, anzi troppe volte, Atripalda viene vista come un bacino importante di voti, ma vengono tralasciate e dimenticate le necessità di chi vive in questo territorio. Questa volta non vogliamo essere visti come clientelistiche preferenze da esprimere, ma come persone che esercitano il diritto di voto, esprimendo così le proprie opinioni.


Un consigliere regionale o “ambasciatore” (come lo abbiamo scherzosamente definito) serve alla nostra cittadina? Partiamo dicendo che in realtà noi Innanzitutto crediamo che, quando si parla delle elezioni regionali, non si possa fare un ragionamento territoriale, provinciale o comunale che sia. Bisogna condividere un progetto che abbia ampio respiro. Parlare di appartenenza territoriale all’interno di una elezione regionale sembra un po’ un richiamo alla Lega Nord di Umberto Bossi. Come ricorderete, il movimento politico, ai tempi, fidelizzava con il proprio elettorato con lo slogan “prima il nord”.  


Inoltre siamo in disappunto con chi vuole un “ambasciatore” atripaldase nel parlamentino regionale, perché alla città del Sabato serve semplicemente che la politica si occupi delle persone al di fuori delle campagne elettorali.


Atripalda ha problematiche irrisolte su cui bisognerebbe soffermarsi, mettendo da parte per un momento aspirazioni personali, più o meno legittime. Parliamo della sempre più preoccupante questione ambientale, delle diatribe nel mondo della scuola, della mancanza di spazi che permettano alla comunità di vivere momenti di aggregazione e confronto.
Ovviamente, qualora qualcuno della nostra cittadina si presenti alle elezioni del prossimo Maggio, non possiamo che fargli i nostri migliori auguri, ma ribadiamo che ad Atripalda non serve affatto un rappresentante in Consiglio regionale, ma solo un pò di sana politica.


Volendo rispondere sinteticamente alla domanda che ha aperto questa nostra riflessione…un ambasciatore in Regione? No, Grazie.

Get Brexit done

Il farraginoso processo di attuazione della Brexit, giunto a conclusione, ci ha lasciato poco spazio per una ponderata riflessione sulle ragioni di tale scelta. Sembra quasi scontato e ridondante voler cogliere nello slogan Get Brexit done, più volte ripetuto come un mantra dall’attuale Primo ministro del Regno Unito, l’emblema del mutato modo di intendere la politica: l’immediatezza, il pubblicizzato ardore, l’irriverenza e la frettolosa smania di fare si sono mostrati strumenti efficaci per catalizzare e guidare il consenso elettore.  

Perché in Europa è così diffusamente vincente questo modo di fare ed intendere la politica?

Le ragioni di tanta efficacia risiedono drammaticamente nell’incapacità delle istituzioni, e dei partiti politici, di dare una risposta alle crescenti sperequazioni sociali. Un’evidente crisi concettuale dei partiti politici, incapaci di proporre con intelligenza e con una solida base ideologica una soluzione ai complessi problemi della modernità, ha acuito tali fratture sociali. Di conseguenza, la narrazione politica si è fatta sempre più povera e incapace di presentarsi come strumento di mediazione fra le concrete esigenze individuali e i collettivi tentativi di indirizzare e guidare le complesse fasi storiche.  

“Riprendere il controllo”: ha senso propagandare una cessione delle responsabilità governative come un successo democratico?

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/dec/19/take-back-control-slogan-left-power-right-state-intervention

Diversamente da quanto si possa credere, cedere le responsabilità decisionali alle mutevoli preferenze popolari – in ragione di una, di volta in volta, diversa corrispondenza con il volatile consenso – non vuol dire rinforzare il principio di democraticità di una comunità. Proprio per questo, la Brexit deve esser considerata tutt’altro che un successo. Focalizzandoci sull’impellenza di “dover dare” una risposta reale e tangibile, una risposta in prima istanza limitatamente distruttiva, abbiamo dimenticato di riflettere in modo serio sui sostanziali motivi del malcontento sociale. La mancata presa d’atto della complessità di un tema così delicato ha lasciato immutati ed irrisolti quei complessi problemi che costituiscono il sostrato delle moderne società.  In più, demandare al “popolo” la riflessione sui limiti e i confini di un demos – e i principi costitutivi che ne ascrivono la partecipazione – non solo è, dal punto di vista pratico, dannoso ed irresponsabile, ma concettualmente contraddittorio. Al di là della questione in sé, la decisione sul suolo e i confini non può essere l’unico elemento con cui costituire l’idea di un popolo. Senza una critica riflessione sulle regole, con cui stabilire i diritti sociali di partecipazione, risulta difficile distinguere una “moltitudo” da una comunità ben organizzata. La contingenza di esser nato al di qua o al di là del mare è priorio del destino omerico, ma non dovrebbe più contraddistinguere il nostro tempo.

Quale Europa di fronte alle sfide globali ?

Ciò che nella vastità di un mondo sempre più interconnesso trova la sua origine, ha nella prossimità una sua più straziante manifestazione. Da un lato è proprio grazie alle ridotte dimensioni delle piccole città, dei quartieri, degli istituti scolastici o delle corsie degli ospedali che, volenti o nolenti, viviamo l’esperienza concreta delle difficoltà di sussistenza, della stridente inefficienza funzionale dell’apparato Statale, della solitudine lasciata all’insensatezza e della lacerante povertà che ci priva di una speranza di miglioramento. Dall’altro lato, però, tali esperienze non lasciano spazio a nessuna soluzione, li viviamo come conseguenze incombenti di un più ampio destino sociale, di irrisolte crisi globali e risultati collaterali di manovre geopolitiche. Proprio per questo, qui ed ora, una riflessione critica sui principi costituiti dell’Unione Europea e sugli strumenti di attuazione di tali principi in un sistema funzionale, dovrebbe farsi necessaria. Una riflessione che ci consenta di proseguire quel cammino critico, già da decenni intrapreso, di revisione tanto “funzionale” quanto “qualitativa” del potere “giurisdizionale” dell’Unione. Una critica strutturale di quei meccanismi che accentuano il perseguimento di interessi di parte a discapito di un qualificato interesse comune, tale perché capace di tenere in dovuta considerazione le singolari posizioni – avanzate pubblicamente mediante ragioni– giungendo ad una sintesi da tutti, nessuno escluso, condivisibile.

La cultura per riformulare la Politica come Sapere

L’azione politica dovrebbe, quindi, guardare all’implementazione di un sempre più paritario, equo e pubblicamente vagliabile spazio di interazione e non conchiudere il momento argomentativo ad un plebiscitario assenso o dissenso. Senza tale spazio, e senza i relativi oneri civicamente discorsivi, sarebbe impossibile risolvere quei drammatici problemi che affliggono la nostra esperienza quotidiana. Al contempo, per perseguire quest’ottica bisognerebbe usare al meglio quegli strumenti economici di realizzazione degli indirizzi politici. Sfortunatamente sono proprio quei finanziamenti europei, così vitali tanto in ambito nazionale quanto in ambito locale, ad esser lo specchio della inadeguatezza dell’azione politica: spesso inutilizzati per l’incapacità di fornire un progetto di spesa che abbia in sé un chiaro indirizzo politico. Un fine da perseguire al di là degli interessi di parte. Per far ciò bisognerebbe ripartire dall’esigenza di discutere, informarsi ed approfondire tematiche sempre più complesse.

Non possiamo perdere tempo: il tempo è salute

L’alta attenzione della cittadinanza suscitata dalla nostra proposta ci da un’ulteriore spinta a perseguire l’obiettivo.

La questione ambientale, finora irrisolta, non può più essere rimandata.

Le centraline devono essere un primo passo per preservare l’ambiente e il diritto alla salute, un primo passo su cui non possiamo perdere tempo, perché in questo caso “il tempo è salute”.

La risposta del Sindaco Spagnuolo mostra come un ragionamento sia stato fatto e come l’Amministrazione comunale converga su quanto stiamo chiedendo.

Il Sindaco ha svelato la presenza del progetto di un centro di monitoraggio da realizzare nell’ex macello comunale di Avellino. Spagnuolo ha chiaramente affermato come si vogliano trovare soluzioni intercomunali.

Ora, però, bisogna agire con rapidità; urge riconvocare un tavolo con i Comuni che hanno sottoscritto il Protocollo d’intesa sul miglioramento della qualità dell’aria e tramutare in fatti, insieme alle altre Amministrazioni, ciò che oggi sono delle buone idee.

Chiediamo all’amministrazione Spagnuolo che ciò avvenga nel minor tempo possibile. Crediamo che nei prossimi 30 giorni si possa giungere a delle decisioni definitive e si possa proseguire con la fase operativa e di realizzazione delle decisioni prese.

Bisogna ridurre l’inquinamento, capendone la provenienza. Bisogna farlo presto. Non possiamo perdere tempo: Il Tempo è Salute.