“Per l’alto mare aperto”.

La necessità delle Altre vite da salvare

Primum vivere deinde philosophari.

Risulta quasi scontato attribuire questa locuzione ad uno dei padri del razionalismo inglese: Thomas Hobbes. Se poi all’essere inglese (prerequisito fondamentale per poter ambire al pragmatismo) si aggiunge il nudo fatto di esser nato, prematuramente, dalla paura dell’imminente sibilo dei cannoni spagnoli; si comprende, senza troppe difficoltà, come si possa diventare un tipo alla Hobbes. Dedito all’osservazione empirica e metodologica della realtà e per questo abile osservatore della natura umana: cinica, a-valoriale, egoista e bellicosa.

http://www.treccani.it/vocabolario/primum-vivere-deinde-philosophari/

Nel diffuso senso comune, quello che si forma genericamente nell’adolescenza, il giudizio sull’antropologia umana e sul giusnaturalismo hobbsiano non va oltre quanto detto. In fin dei conti, conviene prima vivere e poi filosofare. Tuttavia, se anche noi ci impegnassimo ad osservare con disinteresse la realtà sociale, non potremmo fare a meno di condividere con Hobbes il senso profondo delle sue teorie.

Il decisionismo autoritario, ovvero la capacità di imprimere la propria volontà esercitando il potere, era ciò che dava vita alla società.

L’essenza dell’intera vita sociale si manifestava nella figura fagocitante del sovrano. L’identità di ogni singolo suddito risiedeva nel fatto bruto dell’affermazione della necessità del potere, più che nella sua legittimità. Ciò costituiva, quale obbligo inviolabile nei confronti dell’autorità, una cieca adesione ai valori che il sovrano incarnava:

  • il perseguimento di vantaggi economici di classe,
  • le contrapposizioni agonali,
  • il desiderio incolmabile di potere,
  • l’idea che il bene comune risiedi nell’interesse privato.

La paura per una morte violenta connaturava la vita. Tutto ciò che era necessario al mantenimento dell’ordine, era al contempo Giusto. La pluralità di pensiero appariva come un pericolo esistenziale. Bisognava vivere come si viveva. Chi non si adeguava era considerato nemico della pace interna: uno straniero. Oggi, la nostra idea di partecipazione sociale sembra subire ancora questa influenza ingombrante. Il senso che diamo alla vita non si discosta, significativamente, dalla cinica esclusione dell’Altro. Nel ridurre la società ad una sterile contrapposizione tra un “Noi” e un “Voi”, priva di legami solidali e relazioni vitali, la partecipazione comune ci appare come una incomprensibile forza estraniante.

Pertanto, crediamo di poter affermare con forza: “Prima la (mia) vita e solo dopo l’esperienza degli Altri”; ma cosa vuol dire “vivere”?

Ognuno di noi vive credendo che la maggior naturalezza risieda nell’imminenza della vita. Detto in poche parole: noi siamo quel che siamo. Quindi, riflettere ed interrogarsi non è solo un inutile accessorio, ma un limite alla prossimità e all’urgenza del vivere. Del fare assecondando gli istinti vitali. Continuamente rivolto a quel presente senza tempo che abitiamo.

A ben vedere, l’imminente, che scandisce la nostra vita, non può esser privo di riflessività. A determinare concettualmente, non solo noi stessi, ma l’insieme dei vissuti esperienziali che connaturavano il mondo, era ciò che più di ogni altra cosa indirizzava ogni sforzo umano: il pensiero di Dio. Quale valore sommo rappresentava il senso di ogni singola, ed apparentemente divergente, esperienza del mondo.

“Prima vivere” voleva dire: prima riflettere sulla vita, sulle circostanze materiali che ci accomunano nella fragilità della condizione umana.

Poi, da quest’ultime e in funzione di quest’ultime, ragionare con avvedutezza su come rendere possibile un loro superamento:

  • mediante il rapporto umano con la cultura, l’arte, la poesia che travalica il limite della finitezza.
  • attraverso la giustizia, l’eticità e la morale che anticipa l’ideale irraggiungibile del universale e del trascendentale perduto.

In conclusione, voltarsi dall’altra parte di fronte a ciò che ci rende umani, vuol dire ripercorrere le sorti di colui che, amando fissare le stelle, cadde rovinosamente in un pozzo.

Se non vogliamo fingere illusoriamente di non esser diventati dei redivivi, dovremmo (ciò vale in ogni aspetto del nostro essere sociali) sforzarci di discutere criticamente le ragioni delle nostre azioni. Ciò che ci dà sostanza è la singolare capacità di saper riflettere in modo qualificato e critico. Di comprendere la necessità della cultura, quale condizione senza la quale la nostra esistenza verrebbe limitata alla semplice sussistenza. Ad una sorda e cieca presenza. Senza, la memoria del nostro limite ci apparirebbe come un insuperabile monito carico di malinconia.

Concentrandoci unicamente sui nostri diritti, sulla nostra vita e le nostre esigenze abbiamo rimosso gli aspetti più crudi e pratici della realtà. Smettendo di ricercare la prossimità e l’incontro con l’Altro, con i suoi disaggi esistenziali, i suoi timori e le sue necessità, abbiamo dimenticato ciò che ci accomuna: la vita, o meglio la fine della vita.