“Oh Capitano, mio Capitano”

Audaci verso il naufragio.

Il rincorrersi delle notizie, di dichiarazioni e di posizioni politiche ci induce a creare un solco tra le conseguenze pratiche e le ragioni, spesso particolari, delle nostre idee. Risulta naturale come la nostra distrazione, tanto cinica quanto idealista, diventi l’unica metodologia con cui vagliare il valore dell’esistenza umana.

“La soluzione per le persone a bordo della Sea Watch è possibile solo una volta sbarcate”.

Queste parole – pronunciate dal commissario europeo Dimitris Avramopoulos – possono essere utili non solo per comprendere criticamente lo stato delle cose, ma soprattutto per far emergere le ragioni di quanto affermato.  

Secondo un primo piano d’analisi, la validità risiederebbe su due elementi:

  1. il primo riguardante il Diritto internazionale,
  2. il secondo riguardante la razionalità strategica quale efficace realizzazione delle regole comunitarie.

In base alle norme della Convenzione di Ginevra, l’obbligo di salvare vite in mare non solo viene ritenuto superiore a qualsiasi accordo bilaterale fra singole Nazioni; ma prevede – senza calcoli politico-strategici – il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro.

Ogni altra ragione, sia essa di natura economica o solo propagandistica, non può (su questo piano) venir accolta come valida. Ad avere la priorità sono le azioni di tutela di un fragile stato psico-fisico. Solo in un secondo momento può trovare spazio una seria ed accorta discussione; senza la quale sarebbe impossibile affrontare criticamente l’analisi e la risoluzione di quelle problematiche politiche ed economiche che costituiscono le cause dell’immigrazione clandestina.

La convenzione di Dublino e i vari accorgimenti concernenti la ripartizione delle quote prevedono una fase di ricollocazione, dopo le iniziali procedure di identificazione.

Decise in base al Pil e alla popolazione di ogni paese membro, le quote si presentano come un tentativo d’applicazione, da parte dell’Unione Europea, di una più equa e solidale risoluzione del problema migratorio.

Tali sforzi, parziali e non ancora sufficienti, dovrebbero trovare una stabile sistematizzazione all’interno di un più incisivo orizzonte normativo. Questi tentativi sono tuttavia disattesi dalle politiche nazionalistiche, come quelle dei paesi del blocco di Visegrad. Quest’ultimi, sfruttando la frammentazione politica, si sono rifiutati di accettare le quote loro spettanti senza incorrere in sanzioni economiche. https://www.money.it/tabella-quote-migranti-non-rispettate-Europa-governo

In questa direzione va il passaggio dall’obbligatorietà alla volontarietà della ripartizione.

Votata dai Capi di Stato europei e dallo Stesso Presidente del Consiglio Conte lo scorso giugno. Senza il primo passaggio, ovvero lo sbarco, le cure sanitarie e l’identificazione, non è possibile far rispettare le norme europee e attuare il ricollocamento. In questo senso vi è una consapevole volontà d’agire contra legem. Rendendo manifesta l’intenzione di rottura degli schemi e dell’ordinamento precostituito. https://europa.today.it/euro-fake-fact/rifugiati-migranti-numeri-reali.html

Contraddittoriamente, su un altro piano d’analisi, si invoca il rispetto delle regole.

Mentre continuano gli sbarchi fantasma, l’azione del Capitano della Sea Watch, in violazione del decreto sicurezza Bis, catalizza l’attenzione mediatica. Spostando la discussione sulle critiche più disparate:

  • Il capitano della nave sarebbe una “sbruffoncella ricca e tedesca”, una di quelle buoniste ed hippie che credono ancora nella pace nel mondo.
  • La nave andrebbe affondata (nonostante non ci sia nessuna norma che lo preveda) e l’equipaggio arrestato (per ora, nessuna ipotesi di reato è stata formulata con chiarezza)
  • L’Olanda e la Germania dovrebbero farsi carico dei 42 migranti, perché sono, in qualche modo, responsabili (ciò è contro ogni logica sensata e senza fondamento giuridico). Anche la Francia, invece di farci la morale, dovrebbe ricordarsi che sono stati i suoi missili e i suoi interessi economici a creare questa situazione.
  • L’Europa invece di occuparsi dello “zero virgola” dell’Italia (la procedura d’infrazione è stata aperta per debito eccessivo e non per sforamento del rapporto deficit/Pil) dovrebbe fare qualcosa – non si sa cosa – per evitare l’invasione (più percepita che reale nei numeri).

Paradossalmente, la legalità viene invocota da chi palesa di non possedere alcuna idea di come funzioni un sistema giuridico. Esso è tale se coerente ed armonioso. Un vezzo tutto italiano è quello dell’iperproduzione normativa, spesso inefficace. Il decreto Salvini non fa eccezione.

Le ONG per loro stessa natura sono organizzazioni che si richiamano alle ragioni del Diritto sovrannazionale. Questo vuol dire che il loro operato non può esser rigidamente conchiuso entro gli schemi di una nazione. Ciò può, in alcuni casi, tradursi in una violazione delle leggi di un singolo Stato. In determinate circostanze, sono gli stessi Stati ad agire contro il Diritto.

Nel loro operato, che può sempre venir discusso, l’indipendenza da una contingente politica, quale risultato di una particolare forma storica di potere statale, è una condizione necessaria.

Accusarle, con un linguaggio oramai degenere, di strumentalizzare tali vicende, è derubricabile al pari di una generica e indeterminata teoria complottistica. Il palcoscenico italiano offre a chiunque voglia presentarsi come difensore dei diritti umani un facile antagonista. Tuttavia, partecipare al gioco mediatico di Salvini comporta il rischio, non sottovalutabile, di un avallo indiretto delle stesse posizioni portate avanti dal ministro degli interni. Senza una controparte sarebbe più complicato attrarre il consenso (volatile e quasi istintuale) su determinate tematiche.

Tale accusa, mossa con l’intento di spostare sul piano agonale la risoluzione di un problema così delicato, rappresenta un uso propagandistico e particolare di un’istituzione che dovrebbe esprimere un’evidente e fondamentale garanzia per il complesso ed eterogeneo tessuto socio-culturale.

Tutto ciò si fa ancora più drammatico se si considera come le secolari forme di giustificazione del valore dello Stato e della sua identità, siano venute meno in nome di una vana ed inutile esigenza di Cambiamento. Contrariamente a quanto si crede, tale esigenza non ha nulla di nuovo, ma presenta con vesti diverse un conservatorismo tutto italiano: l’idea che per noi può valere l’eccezione, mentre per gli altri la legge.