Salvini il capo popolo e le vittorie di Caporetto

Salvini, da buon Capo del popolo italiano, aveva colto il sopraggiungere di un particolare evento come un’occasione per aumentare il proprio consenso. La contestazione di un reato ministeriale, relativo al caso “Diciotti”, era stata mirabilmente usata per intercettare e incanalare il mal contento comune nei confronti dell’azione dei “giudici politicizzati”, che, a parere di molti italiani e giornalisti di prim’ordine, interverrebbero di continuo lì dove la sinistra, ostinatamente, fallisce. Cercando continuamente di minare il terreno intorno alle azioni politiche – e quindi al di sopra di ogni altra cosa, persino della legge – di un governo legalmente eletto.

La ragionevolezza della ragion di Stato

In questo caso, secondo molti sostenitori di questa linea di pensiero, il ministro avrebbe, per preminente interesse nazionale, applicato una politica di difesa dell’ordine interno e di mitigazione nei confronti dei flussi migratori. Mostrando, per di più, le proprie abilità da novello Bismark o Machiavelli nel far valere, su un platonico tavolo delle trattative europee, la ragion di Stato italiana nei confronti degli altri Stati dell’UE. Così da ottenere una posizione di forza sul tema della ripartizione delle quote. Tutto ciò però, secondo i giudici, ledendo l’infungibilità dei diritti individuali.

L’unità nazionale

Tuttavia, secondo il retropensiero salviniano, neanche troppo celato, era non solo validamente perseguibile, ma addirittura giusto. In quanto guida del popolo italiano, quello la cui identità e purezza risiede nei 5.691.921 di votanti delle Lega, ha agito nel pieno svolgimento delle sue funzioni: è la squadra che sceglie il proprio Capitano, il popolo il proprio Capo. Una volta scelto gode di pieni poteri, al fine di realizzare il volere del popolo. Ovviamente chi meglio del Capo può decidere quale siano le volizioni del proprio popolo. Per questo è giusto agire come ha agito, fare come ha fatto, dire quello che ha detto. Il resto è solo inutile vanità del potere, dei “maestroni”, dei “giudiconi”, degli invidiosi, dei “magistratoroni”, dei “burocratoni” che per definizione non fanno parte del popolo, anzi ne sono nemici.

I nemici del popolo

Per questo di fronte agli attacchi la parola d’ordine rimane: resiste con fierezza. Poi si sa, dileggiare lo sconfitto fa sempre bene. Quindi al magistrato “piddino” (del PD, aggettivo qualificativo ma dal senso denigratorio, emblema dello sconfitto perenne) non resta che candidarsi e provare a farsi eleggere alla guida del popolo oppure tacere!

Tutto perfetto fin quando, però, sullo sfondo della scena politica, si palesa la Realtà. Erompendo con furiosa collera, rischia di frenare ogni velleità. Punendo il baldanzoso Ardito. Per questo ha una sua utilità tenere fuori dal fare propaganda politica la Realtà, abbindolarla, circuirla e se possibile irretirla. Lì dove il popolo è sempre pronto a rincuorare, sminuendo l’esito catastrofico della propria non curanza, l’imperturbabile legge è pronta a punire. Il pericolo, solo paventabile, della così detta legge Severino – e quindi dell’interdizione dai pubblici uffici e dell’incandidabilità – si è palesato come un non trascurabile spauracchio. In questo caso, un onorevole arretramento era d’obbligo. Si badi, non una ritirata, ma un temporeggiare prima di ritornare all’attacco. Tutto ciò favorito dall’ingenuità e dall’isteria esistenziale del Movimento 5 stelle.

La fictio iuris democratica

Ciò che per la legge è un requisito indispensabile per poter cooperare in modo solidale ed equo al sistema sociale, non lo è certamente per il popolo. Tanto il popolo, quanto i propri capi, hanno una certa reticenza nel rispettare e nel far rispettare la legge. Mentre per gli altri deve valere la legge, invece, per noi deve valere l’eccezione. Per questo, si prova sempre a fuggire dalla Realtà, dai luoghi reali e dalle istituzioni, dai ministeri e dalle contestazioni (seppur minoritarie). Si prova a rimandare sempre, al prossimo autunno magari, il personale incontro con l’avvedutezza. Meglio seguire i Trend che dedicarsi alla ricerca della ragionevolezza perduta. Quella oramai sembra non appartenerci più.