Impoverimento culturale e frammentazione sociale: le ragioni della volubilità del voto

La lunga notte d’attesa per le sorti dell’Europa non può certamente risolversi nella presa d’atto dei risultati elettorali. Se così fosse, il compito di avanzare e risolvere le problematiche complesse, che insidiano i fondamenti comunitari, si ridurrebbe al momento dell’analisi post voto. 

Tuttavia, cos’è un’analisi del voto? Come si svolge e quali sono le regole che la governano?

Spesso, chi si cimenta con questa pratica lo fa comprendendola come un esercizio interpretativo, per certi versi quasi oracolare. Così, di fronte ai fatti – dati, numeri e percentuali – a predominare sono quelle opinioni che sembrano esserne un naturale proseguimento. Quindi, a venir meno è il valore, la validità e l’autonomia delle ragioni, delle idee e dei concetti, i quali – in quanto elementi d’interpretazione – devono valere indipendentemente da essi. Anziché comprendere i fatti ci troviamo così ad inseguirli, in modo passivo e spesso bieco. Per queste ragioni, l’incapacità costitutiva e strutturale di avanzare un autonomo e valido ragionamento ci ancora alla semplice difesa d’ufficio della nostra posizione. Sia essa frutto di particolari interessi, di ciniche opportunità di potere, di ragioni strumentali o più semplicemente di una sorta di ragione di sussistenza.

A risentire di tutto questo è la qualità della discussione pubblica.

Infatti, se essa si tramuta da luogo autonomo ed illimitato di discussione critica in un rafforzamento quasi spasmodico di ciò che semplicemente si dice, della chiacchiera e del flusso incontrollato di notizie, le speranze per il cambiamento di quelle condizioni d’impedimento, tanto materiali quanto teoriche, sono pressoché nulle. Ogni forma di diniego verso il quotidiano svolgersi delle cose prende le sembianze di una vana resistenza al destino. La tragicità di questa forma d’opposizione è ben espressa da quella condizione d’evasione che è la malinconica memoria delle idilliache lotte e rivoluzioni vinte. In altre parole, tanto le soluzioni, quanto i problemi, non possono dirsi immuni da tali patologie.

Proprio l’impoverimento culturale e la conseguente frammentazione sociale sono i due elementi che hanno contraddistinto il lungo periodo pre-elettorale.

Disgregatosi (da tempo) quegli istituti che delineavano i contorni della partecipazione e cooperazione solidale alla pratica sociale, la teoria della facile ed immediata soluzione dei problemi ha avuto un terreno fertile dove attecchire. È emblematico che – per alcune realtà politiche – il drastico livello di astensione venga percepito come un dato da non intaccare. Recuperare voti vuol dire dover produrre uno sforzo culturale, che molti non vogliono o non possono produrre. Convincere un astenuto, il quale sente di avere validi motivi per giustificare la sua disaffezione nei confronti della società, vuol dire sobbarcarsi l’onere di avanzare ragioni valide con cui poter incidere concretamente sui mutamenti sociali. Seguendo una logica di mercato: mantenere un fedele ed affezionato cliente è meno dispendioso che cercarne altri. Soprattutto se a valere, come motivi del consenso, non sono più ragioni, ma motivazioni ed interessi particolari, promesse di benefici e minacce di sanzioni.

In conclusione: minore è la partecipazione e la qualità dell’informazione e delle tematiche trattate e maggiore è la possibilità di indirizzare il consenso.

Ciò che smuove maggiormente l’animo umano è la semplicità, l’immediatezza e l’intensità degli istinti. L’impellente esigenza di indirizzare efficacemente i bisogni e gli impulsi verso il mondo esterno, così da avere un riscontro reale di quanto interiormente ci condiziona, è ciò che caratterizza ogni forma di propaganda. Perciò, su queste basi, è possibile costituire esclusivamente un consenso labile ed ondivago, che deve continuamente esser rinnovato. In breve, qualsiasi cosa viene ritenuta valida, purché sia efficace. In nome della terra e del sangue, della nazione e del popolo, ogni azione è degna, anche quella più riprovevole.